Metodisti e LGBTQI. Prevale la “tradizione”

Si apre uno scenario incerto per la United Methodist Church dopo l’esito della Conferenza generale straordinaria conclusasi martedì. Un articolo di Sara Tourn

Roma (NEV/Riforma.it), 28 febbraio 2019 – Sui ministri di culto apertamente gay e le unioni fra persone dello stesso sesso, al termine di un dibattito intenso e a tratti molto sofferto, anche emotivamente (con canti, preghiere, lacrime, proteste vivaci che hanno richiesto persino l’intervento della sicurezza), la Conferenza generale straordinaria della United methodist church (UMC)  ha approvato con 438 voti contro 384 il Traditional Plan, dopo aver escluso una a una tutte le altre opzioni.

Passa quindi la linea più conservatrice tra quelle proposte dall’apposita commissione, che mantiene inalterato il Book of Discipline anche nei passaggi che comportano la non accettazione di ministri di culto apertamente gay e di unioni fra persone dello stesso sesso. Anzi, è previsto un inasprimento delle sanzioni per chi violasse le prescrizioni in materia, come peraltro è già avvenuto a livello locale negli ultimi anni.

Gli 864 delegati, provenienti da tutto il mondo, metà laici e metà ecclesiastici, hanno altresì deciso di affidare al Judicial Council (la “corte suprema” della UMC, che si riunirà in aprile) il parere definitivo sulla costituzionalità di quanto approvato, in quanto già in sede di dibattito sono state sollevate diverse perplessità, per esempio sulle procedure di “disaffiliazione” di chiese che volessero staccarsi dalla denominazione perché contrarie all’impostazione scelta.

Bisognerà quindi aspettare il loro parere per avere un’idea più chiara, tenendo comunque presente che l’entrata in vigore ufficiale delle disposizioni si avrà solo con la General Conference del 2020.

Nel frattempo, il Consiglio dei vescovi (in un apposito comunicato stampa) ha esortato tutti “a restare concentrati sulla missione che rende gloria a Dio e raggiunge persone nuove attraverso il Vangelo”. Il suo presidente, Ken Carter, ha dichiarato: “Continuiamo a insegnare e a credere che tutti sono benvenuti nella chiesa, tutte le persone hanno un valore sacro e accogliamo tutti a ricevere il ministero di Gesù. La sessualità è un tema su cui le persone di fede hanno opinioni divergenti, ma nonostante le nostre differenze continueremo a lavorare insieme come discepoli di Cristo per la trasformazione del mondo e per condividere l’amore di Dio con tutte le persone”.

Al momento però sembra prevalere la delusione, c’è chi ha parlato di “esito catastrofico” e paventa l’abbandono della denominazione da parte di pastori e conferenze locali. Insoddisfatti soprattutto i giovani, molti dei quali (ma non tutti) hanno appoggiato il One Church Plan, così come la maggioranza dei vescovi, convinti della necessità di trovare una mediazione fra posizioni pur così diverse, lasciando alle singole chiese la libertà di scegliere se aprirsi o meno a una totale accoglienza delle persone LGBTQI.

Qualcuno ha fatto notare che un’interpretazione letterale della Bibbia comporterebbe anche l’esclusione di tutti i divorziati e coloro che convivono prima o al di fuori del matrimonio, e ha esortato ad applicare al proprio modo di vivere gli stessi standard promossi dal Traditional Plan.

Quello che è evidente è che le spaccature all’interno della UMC, invece di sanarsi come auspicava la convocazione di questa Conferenza straordinaria, si sono accentuate.