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Home Ecumenismo e dialogo Protestantesimo ed ecumenismo nel Sinodo per l’Amazzonia
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Protestantesimo ed ecumenismo nel Sinodo per l’Amazzonia

Intervista a Pedro Arana Quiroz, pastore della Chiesa Presbiteriana del Perù

Di
Nadia Angelucci
-
25 Ottobre 2019
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    Amazzonia. Foto di Nadia Angelucci

    Roma (NEV), 25 ottobre 2019 – Pastore presbiteriano della Chiesa evangelica presbiteriana riformata del Perù, Pedro Arana Quiroz fa parte della congregazione “Pueblo libre” che appartiene al Presbiterio Juan Calvino. 

    La sua partecipazione come delegato fraterno al Sinodo per l’Amazzonia nasce da una lunga e fruttuosa esperienza di lavoro ecumenico che lui stesso definisce “fraterna e rispettosa”.

    “Sono stato direttore generale della Società biblica peruviana. Nel 2002 la Società fu contattata dalla Conferenza episcopale peruviana e durante un incontro con il vescovo Angel Francisco Simon Piorno, presidente della Commissione di catechesi pastorale e biblica indigena, iniziò una collaborazione nella redazione di materiale per il programma di studi biblici. Abbiamo cominciato quindi a lavorare insieme e sperimentato personalmente gli elementi fondamentali di un percorso ecumenico: un incontro personale che ci ha regalato un’amicizia fraterna che è durata negli anni e, nello studio congiunto della Bibbia che ne è scaturito, la ricerca e la pratica del massimo rispetto e dell’onesta esposizione delle nostre idee. Il dettaglio che forse è il più significativo dal punto di vista ecumenico è che, in quell’occasione, hanno chiesto a me di elaborare un testo sulla dottrina della giustificazione per fede e che quel testo è stato approvato senza alcuna osservazione”.

    Come entra il fattore ecumenico nelle discussioni che si stanno svolgendo nel Sinodo?

    Il fatto di stabilire un dialogo ecumenico non significa che stiamo ignorando che ci sono delle differenze; stiamo cercando di avere una relazione fraterna che ci permetta di discutere anche di temi critici. Ci sono differenze e somiglianze teologiche tra cattolicesimo romano e protestantesimo, e anche nelle nostre somiglianze ci sono delle differenze. Bisogna quindi non negarsi al dialogo. Il dialogo però deve essere una conversazione, non negoziazione, non contrattualismo. 

    Sui temi specificamente legati all’Amazzonia che contributo stanno portando le chiese protestanti in questi Sinodo?

    Penso che fino a questo momento, in questo Sinodo, sia stato ignorato il lavoro che da più di ottanta anni stanno facendo i gruppi evangelici in Amazzonia. Però ho avuto modo di consegnare al papa un libro dell’Instituto linguistico de Verano (organizzazione che appartiene al cristianesimo evangelico protestante ndr) sulle popolazioni indigene dell’Amazzonia peruviana. Il lavoro dell’Instituto linguistico de Verano ha radici molto antiche, ha studiato le lingue locali orali e gli ha dato una forma scritta, ha tradotto il Nuovo Testamento in varie lingue locali, ha studiato le culture locali e le tradizioni dei popoli indigeni. I protestanti hanno avuto un’attenzione più spiccata e un atteggiamento rispettoso delle culture locali che, attraverso l’evangelizzazione, hanno provveduto anche a contribuire a conservare.

    Che cosa, anche a livello personale, si porta via da questo Sinodo?

    Mi è molto caro il tema dell’ecumenismo che però trova il suo senso più alto solo in un dialogo significativo. E la cosa più significativa che ho avuto in questi giorni sono state le brevi conversazioni con papa Francesco. In particolare sul tema della cittadinanza e della partecipazione alla vita sociale. Gli ho detto che sarebbe stato importante che nel documento finale ci fosse un riferimento alla cittadinanza. Come posso partecipare da cristiano per trasformare la società in cui vivo? La risposta è nella lettera che Paolo scrive dal carcere ai Filippesi: “Vivete come cittadini degni dell’Evangelo di Cristo”. La cittadinanza, l’umiltà e la partecipazione è la risposta. E questo per me è il punto centrale di quella che viene chiamata nel documento “conversione ecologica”. Un dettaglio importante di questo passaggio del Vangelo è che Paolo scrive dal carcere, luogo in cui era finito per aver liberato una schiava che faceva l’indovina; ciò irrita i suoi padroni che, privati di una fonte di guadagno, lo denunciano ai magistrati della città. Paolo viene arrestato e detenuto quando tocca il potere economico.

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