COP27. Ruolo chiave di donne, giovani e G77 per il clima

Maria Elena Lacquaniti, coordinatrice della Commissione globalizzazione e ambiente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI): “mi sento di dire che sempre di più si rafforza la voce dei vulnerabili e cade la maschera dalla faccia dei grandi inquinatori”

Immagine di archivio, manifestazione #FridayForFuture 2019 - https://www.nev.it/nev/2019/09/27/fridayforfuture-giovani-di-tutto-il-mondo-manifestano-per-il-clima-foto/

Roma (NEV), 21 novembre 2022 – Si è conclusa la 27^ Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP27). Svoltasi a Sharm el-Sheikh, in Egitto, la conferenza sembra aver fatto qualche passo avanti e molti passi di lato. Insomma, non si discosta molto dalle precedenti sessioni di Parigi e di Glasgow.

“La COP 27, osservando i comportamenti e i discorsi dei grandi della terra, non offre nulla di nuovo” ha dichiarato Maria Elena Lacquaniti. Lacquaniti è coordinatrice della Commissione globalizzazione e ambiente (GLAM) della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI).

“Comportamenti che si ripetono, come quello della Cina che riesce sempre ad eludere gli impegni formali. Impegni irrisori, come quello preso dall’America per voce del suo presidente (dopo gli anni di oscurantismo del precedente). 150.000.000 di dollari per gli sforzi di adattamento dell’Africa, non mi sembra uno grande slancio di generosità rispetto a quanto l’America devolve in armi ed aiuti ad una sola nazione come l’Ucraina. Inoltre, come denuncia la giovane attivista Ugandese Vanessa Nakate, poco incisiva può essere una conferenza dove vige il divieto di manifestare e si imbavaglia la libertà di espressione critica” ha proseguito Lacquaniti.

Dare spazio ai paesi in via di sviluppo del “G77”

Qualche segnale, tuttavia, è arrivato. “Nonostante queste poco promettenti iniziative, di positivo c’è che il fondo per i danni e perdite è stato istituito ed è stato affidato ad un comitato di transizione che, entro la fine del 2023, comunicherà chi dovrà pagare e a chi – ha detto ancora la coordinatrice GLAM –. Ciò che risulta leggermente discutibile è che guiderà questo comitato proprio l’Egitto, che non ha ancora rispettato gli accordi personalmente presi alla COP di Parigi e che ha uno dei più importanti giacimenti di gas. Ancora di positivo c’è che sempre più spazio (e ci mancherebbe che fosse il contrario), è dato alle rappresentanze dei G77, i paesi in via di sviluppo ed i vulnerabili, guidati dalla ministra pakistana Sherry Rehman che è riuscita ad ottenere, con il sostegno della UE, lo storico risarcimento”.

La voce dei vulnerabili che fa cadere la maschera dei grandi inquinatori

Il ruolo femminile è cruciale, secondo Lacquaniti: “Ancora una donna ha ricevuto una vera standing ovation. La premier delle Barbados Mia Mottley, la quale ha dimostrato, conti alla mano, che una tassazione del 10% sui profitti delle grandi aziende produttrici di combustibili fossili avrebbe contribuito alla finanza per il clima nell’ordine dei 37 miliardi di dollari, solo per i primi nove mesi del 2022”. E ha concluso: “mi sento di dire che sempre di più si rafforza la voce dei vulnerabili e cade la maschera dalla faccia dei grandi inquinatori, attaccati dal basso, da politiche ed attiviste che stanno lottando con la propria gente per dare voce a tutti i paesi fragili per povertà e vulnerabilità climatica. Loro escono senza ombra di dubbio vincitrici. Ora sta a noi lavorare affinché quanto ottenuto vada a buon fine, vigilando ed adoperandoci (sembra un leitmotiv, ma non lo è) con ogni forza a nostra disposizione, individuale e collettiva”.

L’impegno giovanile: per le chiese, per il clima

Molte organizzazioni religiose hanno partecipato ai lavori, con iniziative parallele e come osservatori. Dall’Italia era registrata Irene Abra, ambasciatrice per il clima del Consiglio metodista europeo, nonché rappresentante della campagna mondiale Climate YES guidata da giovani cristiani tra i 18 e i 30 anni.

In un ampio resoconto su Riforma.it, Irene Abra scrive: “Oltre ai giovani della constituency giovanile delle Nazioni Unite è importante sottolineare la presenza di diversi attivisti di Climate YES. […] Green Anglicans, Federazione luterana mondiale, Christian Aid, Tearfund, All Africa Conference of Churches ed Act Alliance, hanno fatto un enorme lavoro in Egitto, così come le diverse denominazioni religiose”.

La COP27, spiega ancora la giovane attivista, “si è conclusa a seguito di numerose interruzioni e posticipazione della plenaria”. Un tira e molla rappresentativo delle difficoltà che questo appuntamento, ormai da anni, affronta.

“La decisione finale della COP27 non è delle più soddisfacenti e a tratti appare molto generalista e per nulla ambiziosa” sostiene Irene Abra. Infatti, nonostante la creazione del Fondo per le perdite e danni (Loss and Damage), “importante punto di svolta” in quanto inserisce nell’agenda politica mondiale, per la prima volta, la questione dell’assistenza finanziaria in favore dei Paesi in via di sviluppo “per salvare e ricostruire le infrastrutture fisiche e sociali devastate da fenomeni meteorologici estremi”, c’è ancora molto da fare. C’è, poi, la questione della “finanza climatica”, fra gli obiettivi mancati di questa COP. E il “buco nell’acqua” degli impegni nazionali, aggiornati da 33 paesi su 200. Mancano all’appello 167 Nazioni. Così come mancano all’appello gli impegni per ridurre i combustibili fossili e quelli per la mitigazione.

Leggi il resoconto di Irene Abra su Riforma.it