Roma (NEV), 6 maggio 2026 – “Recuperate 42 pagine perdute del Nuovo testamento”, così alcuni media hanno titolato la notizia del recupero di 42 pagine di un manoscritto del VI secolo, noto anche come Codex H. Oltre i sensazionalismi e la diffusione virale della notizia, c’è chi, con le dovute competenze, fa chiarezza: “Sono fermamente convinto che una divulgazione seria debba incoraggiare le persone a studiare e a non fermarsi semplicemente al dato ricevuto, ma acquisire gli strumenti necessari — spesso complessi — per valutare in autonomia quanto diffuso dai media”. Così afferma il teologo e filologo Vittorio Secco.
Dietro ai titoli sensazionalistici c’è il riferimento ad un’importante scoperta che rischia di essere oscurata o fraintesa. Nell’intervista che segue, il filologo ci aiuta a fare un po’ di chiarezza.
Dott. Secco, può aiutarci a far chiarezza su questa scoperta? Che cos’è il Codice H?
Il cosiddetto Codex H è un antico manoscritto greco risalente al VI secolo, contenente porzioni delle Lettere di Paolo divenute canoniche. Il suo valore risiede principalmente nella presenza di materiale paratestuale (il cosiddetto apparato eutaliano), assai prezioso per la ricostruzione della ricezione e critica dei testi neotestamentari in età tardoantica. Si ritiene che il codice sia giunto al monastero della Grande Lavra sul Monte Athos, in Grecia, entro la fine del X secolo e che, in un momento imprecisato, sia stato interamente re-inchiostrato. Nel XIII secolo il manoscritto fu poi smembrato e le sue pagine vennero “riciclate” come materiale di rilegatura e fogli di guardia per altri volumi. Questo uso secondario ha portato alla frammentazione e dispersione del codice, le cui pagine si trovano oggi sparse in diverse biblioteche europee e mondiali.
Cosa è l’imaging multispettrale e come ha contribuito alla scoperta?
Dall’inizio del nuovo millennio l’imaging multispettrale (MSI) è una tecnica regolarmente utilizzata per recuperare in modo non invasivo scritture perdute, danneggiate, o illeggibili. Semplificando, il processo consiste nell’acquisizione di immagini dell’artefatto in particolari condizioni di luce, nello spettro dall’ultravioletto (UV) all’infrarosso (IR), e, successivamente, nella rivelazione della scrittura nascosta mediante elaborazione digitale. Nel caso del Codice H, il fatto che ad un certo punto il codice sia stato completamente re-inchiostrato ha lasciato delle tracce chimiche impercettibili ad occhio nudo sulle pagine opposte, creando delle impronte speculari alle pagine inchiostrate, che però è stato possibile recuperare proprio mediante l’uso dell’MSI. Questo ha consentito così di “ritrovare” le famose 42 pagine perdute.
Quali sono i danni che si arrecano se un’informazione del genere, trasmessa male, arriva a fruitori non informati? E in che modo ci si dovrebbe avvicinare a un risultato scientifico per coglierne a pieno il senso?
Il problema principale risiede innanzitutto nella mancanza di rispetto per il lavoro di ricerca scientifica e nella tendenza diseducativa a semplificare eccessivamente realtà complesse, che porta i lettori a formulare idee completamente errate su un dato tema. Questa tendenza non si osserva solo in casi come questi, ma anche nel caso di argomenti di rilevanza pubblica come quelli inerenti alla geopolitica o alla sanità pubblica.
Queste pagine cambiano davvero qualcosa nella storia del cristianesimo o mettono in discussione le lettere di Paolo?
Da un punto di vista teologico, no. Anche da un punto di vista della ricerca storica su Paolo non impattano particolarmente. Questa ricerca è invece davvero molto importante sia da un punto di vista della critica testuale delle lettere di Paolo, sia per comprendere meglio i processi di trasmissione e di ricezione delle stesse nell’antichità, ma certamente essa non rivela nuovi contenuti inediti o nuove lettere di cui non si conoscesse già l’esistenza.
Qual è la posizione della comunità accademica rispetto a queste scoperte?
In ambito scientifico ci sono un giusto entusiasmo e una generale valorizzazione del lavoro serio e competente del team di ricercatori e ricercatrici coinvolti nel progetto da parte dell’Università di Glasgow. Purtroppo, però, molte testate, anche accreditate, hanno preferito il sensazionalismo e i titoli roboanti alla serietà scientifica, puntando a generare reazioni superficiali e oscurando così il reale valore della ricerca. I criteri che la comunità scientifica si dà per la diffusione delle proprie scoperte sono soggetti a rigorosi processi di trasparenza, verificabilità e revisione da parte di altri studiosi competenti, ma al di fuori di questi processi, nella trasmissione al pubblico generalista, purtroppo abbondano fake news di vario tipo, che manipolano le informazioni per scopi meno nobili rispetto all’acquisizione di nuove conoscenze. Sicuramente, quando ci si trova davanti a titoli tanto sorprendenti – ad esempio il ritrovamento di “42 pagine perdute di Nuovo Testamento” – è bene fare un minimo di fact-checking e cercare di controllare le fonti originarie. In caso non si possa o riesca a fare, è sempre saggio evitare di condividere sui social media contenuti non verificati.
Per leggere l’intervista integrale: Chiarimenti_codexH
a cura di Naomi Cino


























