Ewa Rossano, in dialogo tra arte e teologia

La materia, la fede, la ricerca: il percorso di un'artista tra creazione e vocazione

Foto per gentile concessione dell'artista Ewa Rossano

Roma (NEV), 25 agosto 2026 – La solidità del bronzo e la fragilità del vetro e del cristallo colorato; l’incontro tra forza e vulnerabilità, tra transitorio ed eterno, tra il mondo interiore e quello esteriore. È nella compresenza di questi elementi che si sviluppa la ricerca di Ewa Rossano, artista polacca formatasi tra Breslavia, Strasburgo e Gerusalemme.

Le sue opere sono state esposte in importanti sedi nazionali e internazionali, dal Parlamento Europeo di Bruxelles al Consiglio d’Europa di Strasburgo, fino all’UNESCO e all’OCSE di Parigi.

A Breslavia si trovano due sue sculture monumentali: Kryształowa Planeta (“Pianeta di Cristallo”) e Angelus Silesius. È inoltre autrice delle statuette di prestigiosi premi, tra cui l’Angelus (riconoscimento polacco dedicato alla prosa d’autore dell’Europa centrale) e il Prix International Jean Rey (onorificenza conferita a persone o associazioni distintesi per il loro eccezionale contributo a umanità e democrazia).

Dal 10 aprile al 26 luglio 2026, il Museo Pan Tadeusz dell’Ossolineum di Breslavia ha ospitato “The Garden of Spoken Words”. La mostra ha intrecciato sculture, dipinti, disegni, fotografie e film dell’artista con le collezioni storiche del museo. Al centro del percorso espositivo vi è stata la parola: da essa nasce l’incontro, nonché asse narrativo dell’evento insieme ai temi della relazione e dell’ospitalità.

Oltre all’attività artistica, Ewa Rossano studia teologia, un percorso che da anni affianca a quello creativo e che nel 2026 l’ha portata a Roma, presso la Facoltà Valdese di Teologia, dove ha conseguito parte dei corsi del suo primo anno di master, completato poi presso la Facoltà di Teologia dell’Università di Ginevra.

L’intervista a seguire si concentra sul rapporto tra arte, spiritualità e teologia, e sul modo in cui queste strade si incrociano nel suo cammino.


Equinox, Whispers, bronze, 2022, foto di Tomasz Gąsior MMW
Hai studiato pittura all’Accademia di Belle Arti di Breslavia, scultura e vetro a Strasburgo, e in seguito hai proseguito la tua formazione alla Bezalel Academy di Gerusalemme. In che modo questi diversi contesti culturali e artistici hanno influenzato il tuo modo di guardare all’arte, all’essere umano e alla spiritualità? 

Questi diversi contesti mi hanno plasmato soprattutto attraverso l’esperienza dell’essere in cammino. Sono sempre stata affascinata dalla casa, dalle radici, dall’appartenenza e dal modo in cui la cultura si incarna nel linguaggio, nella memoria, nel rito, nel cibo e nel gesto.

Da bambina ero spesso malata e passavo lunghi periodi in solitudine. È stato allora che la mia immaginazione si è intensificata e che, al contempo, mi sono per la prima volta avvicinata a Dio – non attraverso spiegazioni, ma attraverso la Presenza.

Più tardi sono arrivate Londra, Breslavia, Strasburgo, Gerusalemme, il Marocco, Roma, e ora la Svizzera e la Francia. Vivere tra più luoghi mi ha insegnato che l’identità non è fissa e che ogni cultura ci chiede, in modo diverso, chi siamo.

Ha anche ampliato il mio sguardo oltre il solo essere umano, verso la creazione, la trasformazione e la relazione. L’arte, per me, inizia lì – nell’attenzione, nell’incontro e nell’antico impulso umano di lasciare una traccia. Viaggiare mi ha quindi insegnato non tanto a cambiare la mia visione, quanto ad ampliarla. Verso gli altri, la creazione e Dio.

Crystal Planet, 2012, foto di Andrzej Solnica
A Wrocław hai realizzato Kryształowa Planeta (“Pianeta di Cristallo”), una delle tue opere monumentali più riconoscibili, collocata nel Quartiere delle Quattro Confessioni. La protagonista è una figura femminile che porta con sé un grande globo. Che significato ha oggi per te quest’opera e perché la figura femminile ricorre così spesso nelle tue sculture?
Sono una donna, e il corpo che conosco più intimamente è il mio. Ne conosco i gesti, il peso, l’equilibrio e quanto sappia esprimere prima ancora che venga pronunciata una parola. Così, quando nel mio lavoro compare una figura femminile, non si tratta semplicemente di femminilità. Diventa un modo di parlare della condizione umana – della vulnerabilità e della forza, dello stupore, della responsabilità e di ciò che portiamo dentro.
È così che vedo “Pianeta di Cristallo” oggi. Viviamo in un immenso caleidoscopio in cui le culture si incontrano, le influenze si incrociano, le identità si stratificano. Il mondo è più accessibile che mai, esaltante ma anche disorientante. La figura sostiene il globo – la sua bellezza e molteplicità, ma anche il suo peso. Rimane aperta a ciò che viene oltre se stessa, senza lasciarsene annullare. Quanto più siamo capaci di assorbire, imparare e divenire, tanto più diventa importante sapere cosa ci dà continuità interiore – la memoria, i valori, la sensibilità, la direzione.
Forse è proprio questo che la scultura si chiede: come possiamo rimanere profondamente aperti al mondo senza perdere il mondo che abbiamo dentro?
Whispers, bronze and crystal, 2022, foto di Tomasz Gąsior MMW

Nella tua scultura il bronzo e il cristallo hanno un ruolo centrale. Come scegli materiali e colori e cosa vuoi esprimere attraverso il loro dialogo?

Rimango affascinata dalla materia, da ciò che può esprimere, ma anche dal modo in cui resiste, sorprende e a volte conduce l’opera verso mete inaspettate. Ho lavorato con la carta, il gesso, il legno, la pietra, i pigmenti e la paglia, e i miei primi passi nella pittura sono stati influenzati dalle opere di Sigmar Polke, che mutavano o addirittura svanivano nel tempo. Del bronzo, ciò che più mi cattura è la trasformazione.
Nel processo a cera persa, la scultura viene prima modellata nella cera, racchiusa in uno stampo, poi riscaldata finché quest’ultima non scompare. Ciò che resta è uno spazio vuoto che custodisce la memoria della forma originale. Il bronzo fuso penetra in quell’assenza.
La cera non diventa bronzo: dà al bronzo la sua forma cedendogli il posto. È qui che la tecnica si fa metafora. A volte fidarsi significa allentare la presa su ciò che abbiamo modellato con tanta cura – i nostri piani, le certezze, persino il nostro futuro immaginato.
Una mano che si aggrappa stretta al controllo, all’autosufficienza e alle cose che è riuscita ad assicurarsi è anche una mano chiusa. Può sembrare forte, ma non può ricevere. La fede chiede un altro gesto – allentare la presa, aprire il palmo e confidare nel fatto che non tutto debba venire da noi.
Ecco perché il processo a cera persa mi parla così intensamente di fede, trasformazione e fiducia. Lasciare andare non significa cadere nel vuoto. Significa fare spazio a ciò che Dio può deporre nelle nostre mani, al di là di quanto noi stessi avevamo pianificato.
Angelus Award, The Angelus Central European literature Award, foto di Andrzej Solnica
In che modo la fede e la ricerca spirituale hanno influenzato il tuo modo di fare arte nel corso degli anni?
Riconosco il mio rapporto con il Signore, ad esempio, nel dialogo tra il bronzo e il cristallo. L’uno è denso, duraturo e opaco – l’altro fragile, trasparente e colmo di luce. Insieme sono diventati un’immagine dell’essere umano, corpo, spirito e anima, il visibile e il nascosto, l’invisibile.
Questo esprime da vicino ciò che intendo per fede incarnata. La fede non può rimanere confinata alle idee o a un’esperienza spirituale privata. Prende forma nei gesti, nelle relazioni, nel lavoro, nei pasti, nel movimento e nella vita condivisa. La Chiesa primitiva lo aveva compreso profondamente: la fede veniva vissuta attraverso le tavole comuni, la cura, l’ospitalità e la responsabilità.
La grazia non finisce con colui che la riceve; mette una vita in moto. Efesini 2:8–10 tiene insieme queste due cose: la salvezza è il dono di Dio, e la vita che segue diventa una risposta a quel dono. Paolo lo esprime altrove con una dirompente semplicità come “la fede che opera attraverso l’amore”.
Questo è anche ciò che cerco nell’arte. Non spiegare l’invisibile, ma lasciare che la materia diventi la sua traccia, una soglia attraverso la quale, per un momento, qualcosa di non visto possa farsi percepibile.
Nel luglio 2026 hai conseguito parte dei corsi del tuo primo anno di Master presso la Facoltà Valdese di Teologia. Cosa ti ha spinta a intraprendere questo percorso e perché hai scelto proprio la Facoltà Valdese?
In un certo senso, la Facoltà Valdese faceva parte del mio percorso già molto prima che arrivassi a Roma. Durante il mio percorso di laurea triennale in teologia all’Università di Strasburgo, una delle mie professoresse, Elisabetta Ribet, aveva studiato lì e oggi è pastora a Torino. Durante il primo anno ho conosciuto la Chiesa Valdese di Venezia, esperienza che in seguito mi ha portato a svolgere lì un tirocinio. È stato allora che ho incontrato il professor Fulvio Ferrario, che mi ha invitato a visitare la Facoltà a Roma. Da quel momento ho avuto la sensazione che, prima o poi, il mio cammino mi avrebbe portato lì. Sono profondamente grata che sia accaduto.

Quest’anno è stato intellettualmente impegnativo, aperto e formativo. Sono stata particolarmente attratta dai corsi di liturgia con la professoressa Francesca Debora Nuzzolese, perché hanno avvicinato la teologia alla pratica, all’esperienza del corpo e all’azione: una direzione verso la quale si sta orientando anche il mio pensiero.

Durante il periodo trascorso a Roma ho inoltre svolto un tirocinio della durata di un mese presso la Chiesa Metodista di Ponte Sant’Angelo, insieme alla pastora Sarah Mae Gabuyo. È stata una parte profondamente importante dell’anno: la teologia è uscita dall’aula e ha preso forma nel culto, nella cura pastorale, nella vita comunitaria e negli incontri quotidiani con le persone.

Foto di Ewa Rossano
Guardando al tuo percorso verso il ministero, come immagini il rapporto tra queste due strade? Come vorresti portare la tua arte nel ministero e, allo stesso tempo, la teologia nella tua arte?
Non considero più l’arte e la teologia come due percorsi separati. Da anni si stanno plasmando a vicenda. L’arte mi ha insegnato a lavorare con ciò che non può essere spiegato fino in fondo: la presenza, la fragilità, il silenzio, la trasformazione. La teologia mi ha dato un altro linguaggio per queste realtà: la Scrittura, la grazia, l’incarnazione di Gesù Cristo e l’incontro con Dio e con il prossimo.

Ciò che conta ora non è semplicemente portare le opere d’arte nella Chiesa, ma ampliare i modi in cui la fede può essere vissuta e condivisa. Il Vangelo viene proclamato attraverso le parole, ma la vita cristiana non è fatta soltanto di parole. Mangiamo insieme, camminiamo, creiamo, piangiamo, celebriamo, lavoriamo con le nostre mani e ci sediamo accanto a qualcuno nel silenzio.

L’arte può servire il ministero aprendo spazi di attenzione e di incontro. Il ministero, a sua volta, non consiste nel plasmare le persone secondo la nostra immagine, ma nel creare spazio: per le loro domande, per i loro doni e, in definitiva, per Dio, la cui presenza non possiamo produrre né controllare. La teologia interroga anche la mia arte, spingendomi a chiedermi non solo che cosa esprima un’opera, ma a cosa serva, chi accolga e quale tipo di relazione crei. Forse è qui che le due strade si incontrano: nell’attenzione, nell’ospitalità e nell’offrire ciò che abbiamo ricevuto.

Foto di Ewa Rossano
La tua mostra più recente, “The Garden of Spoken Words” (“Il giardino delle parole pronunciate”), è stata presentata dal 10 aprile al 26 luglio 2026 al Museo Pan Tadeusz dell’Ossolineum di Wrocław. Da dove nasce l’idea di questo “giardino” e che cosa rappresenta per te? In che modo si lega ai temi della parola, dell’incontro e dell’ospitalità che attraversano la mostra? 
The Garden of Spoken Words è nata da due immagini che porto con me da molto tempo: il giardino biblico della creazione, nel quale Dio pronuncia il mondo all’esistenza, e il giardino come luogo di ospitalità. Volevo che la mostra fosse percepita meno come un’esposizione di oggetti e più come l’ingresso in uno spazio vivo, nel quale parole, materia, memoria e persone potessero incontrarsi. È nata inoltre attraverso un dialogo con gli oggetti della collezione del Museo dei Principi Lubomirski, così come con i materiali della Biblioteca dell’Ossolineum, in particolare i suoi primi libri a stampa e i manoscritti.

Una parola pronunciata non semplicemente scompare. Una volta pronunciata, entra nella realtà. Può ferire, consolare, invitare, trasformare. In questo senso, ciascuno di noi coltiva un giardino fatto delle parole che riceve e offre agli altri. La mostra rifiuta un’unica interpretazione. Sculture, film e oggetti storici dialogano tra loro, mentre il visitatore porta con sé i propri ricordi e le proprie domande. L’ospitalità significa fare spazio a questo incontro senza controllarne l’esito.

Il giardino rimane aperto. Le parole sono state pronunciate, ma il loro significato non si è esaurito. Come semi, continuano a crescere in coloro che le ricevono.


Per leggere l’intervista originale in inglese: Interview with Ewa Rossano
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