Roma (NEV), 26 ottobre 2026 – Si intitola “La piazza della violenza e la piazza delle idee: il dilemma dei liceali di fronte alle proteste” l’articolo di Davide Stallè che pubblichiamo oggi nel nostro speciale sul “Nuovo disordine mondiale“.
Davide Stallè è un membro attivo della Federazione giovanile evangelica in Italia (FGEI). Inoltre, è rappresentante del Liceo Valdese nella consulta provinciale degli Studenti di Torino.
Alcuni giorni fa abbiamo interpellato la FGEI per avere un commento su quanto sta accadendo nelle scuole e nelle piazze italiane, fra proteste e istanze, occupazioni e manifestazioni. Il punto di vista di Stallè vede l’approvazione anche del Consiglio FGEI. Si tratta tuttavia dell’espressione di un’opinione personale dell’autore, non frutto di confronto o riflessione allargata della Federazione nel suo complesso. Il dibattito è aperto! Per proporre ulteriori contributi è possibile scrivere a nev@fcei.it
La piazza della violenza e la piazza delle idee: il dilemma dei liceali di fronte alle proteste
di Davide Stallè

C’è un paradosso che chi vive e frequenta la scuola pubblica oggi impara a conoscere molto presto: la facilità con cui le istanze, i dubbi e le analisi di un’intera generazione vengono ridotti a poche immagini ad effetto o a titoli di giornale pensati unicamente per creare scalpore. Nelle ultime settimane, con il riaccendersi delle mobilitazioni studentesche che sono tornate ad attraversare le città in Italia e in diversi contesti europei, il racconto fornito dai media tradizionali è rimasto imbrigliato nel solito schema rigido. Da un lato la cronaca di strada, concentrata in modo quasi esclusivo su cassonetti rovesciati, lanci di sassi e scontri con le forze dell’ordine; dall’altro un silenzio quasi totale sulle motivazioni profonde della protesta, sui documenti elaborati nei lunghi pomeriggi di assemblea e sulle proposte concrete portate avanti dai ragazzi.
Per comprendere davvero la dinamica che sta attraversando gli istituti scolastici occorre tracciare una linea di demarcazione netta, trasparente e priva di qualunque ambiguità tra due dimensioni che solo in apparenza condividono il medesimo spazio fisico: da una parte la piazza della violenza cieca, dall’altra la piazza della partecipazione democratica e della proposta politica.
La prima va rifiutata e condannata senza esitazioni. Non soltanto per i danni materiali evidenti e per l’inaccettabilità di principio dei metodi violenti, ma per il danno profondo che arreca alla causa stessa degli studenti. Cercare lo scontro fisico o vandalizzare gli spazi pubblici non apre alcuno spiraglio di dialogo; al contrario, offre il pretesto ideale a chiunque desideri evitare un confronto sui problemi reali della scuola, consentendo di liquidare istanze complesse come meri problemi di ordine pubblico e sicurezza. Come giovani di fede, ricordiamo che la ricerca della giustizia non può mai separarsi dagli strumenti della pace e del rispetto per l’altro: la violenza fine a se stessa distrugge la testimonianza e annebbia il messaggio di cambiamento e riconciliazione che vogliamo portare nel mondo.
Accanto a questo, occorre però assumere uno sguardo lucido e privo di ipocrisia anche su un’altra forma di violenza, troppo spesso taciuta o giustificata: quella sproporzionata ed esercitata dalle forze dell’ordine nei confronti di ragazzi poco più che adolescenti. Le immagini di cariche indiscriminate e manganellate a freddo non possono essere liquidate come semplici dettagli di cronaca. C’è una distorsione profonda e inquietante nella scala di valori della nostra discussione pubblica: se arriviamo a indignarci di più per una vetrina scheggiata o un muro imbrattato che per la carne viva di uno studente ferito o la repressione fisica del dissenso, allora significa che come società abbiamo un problema etico fondamentale. La dignità umana e la tutela delle persone, della loro incolumità e del loro diritto inalienabile a manifestare devono venire sempre prima della difesa delle cose.
Esiste tuttavia una seconda piazza, infinitamente più numerosa e strutturata, che tuttavia rimane puntualmente invisibile ai riflettori dell’informazione mainstream. È la piazza delle studentesse e degli studenti che guardano con grande attenzione alle dinamiche internazionali, a partire da quanto accaduto in Francia. A Parigi, Lione e Marsiglia, i blocchi degli istituti e i cortei non sono nati da un generico desiderio di disordine, ma dalla necessità di denunciare il progressivo smantellamento del sistema di istruzione pubblica e l’avanzare di una visione fortemente selettiva del sapere.
Le criticità denunciate dagli studenti transalpini ricalcano in modo impressionante quelle con cui i ragazzi si confrontano quotidianamente anche in Italia: strutture scolastiche spesso fatiscenti o prive delle necessarie certificazioni di sicurezza, aule sovraffollate, carenza organica di personale docente e una visione aziendalistica dell’insegnamento che considera l’istruzione un costo da contenere piuttosto che un investimento fondamentale per la crescita collettiva.
Nei corridoi dei licei, dietro la retorica del “merito”, si nasconde spesso la copertura di profonde disuguaglianze socio-economiche di partenza. Sempre più spesso il merito premiato dalle istituzioni rischia di riflettere semplicemente le disponibilità economiche delle famiglie d’origine. Chi dispone di risorse adeguate riesce a proseguire gli studi senza ostacoli; chi non le possiede incontra barriere crescenti, oppure viene semplicemente indirizzato verso percorsi di formazione scuola-lavoro che non contribuiscono in alcun modo al suo sviluppo e alla sua istruzione. Essi inseriscono lo studente in un processo unicamente orientato al mercato, trasformando la scuola pubblica in una fucina di futuri lavoratori parte di un sistema chiuso e disumanizzante; spesso questi percorsi si rivelano anche luogo di inaccettabili incidenti dovuti alle scarse misure di sicurezza.
In questo scenario, emerge con forza il pensiero di quella componente studentesca che lega la difesa del diritto allo studio alla grande questione della giustizia climatica e sociale. Per chi vive il proprio impegno civile e sociale anche alla luce della fede evangelica la cura per il Creato, l’inclusione e la difesa degli ultimi non sono teorie astratte, ma una vocazione quotidiana che richiede richieste molto concrete. Pretendere edifici scolastici sicuri, riqualificati dal punto vista energetico e restituiti alla fruizione dei quartieri, anche quelli meno agiati, costituisce il primo passo verso una reale sostenibilità e una vera responsabilità verso i beni comuni. Significa chiedere finanziamenti adeguati per il fondo sul diritto allo studio, contrastare il caro libri e il rincaro degli affitti per i fuorisede, e ripensare le priorità di un Paese che non può permettersi di sacrificare la formazione e il futuro delle nuove generazioni.
Isolare con fermezza le frange che perseguono lo scontro fine a se stesso non equivale affatto a rinunciare alla determinatezza delle proprie rivendicazioni. La risposta delle istituzioni non può esaurirsi in un approccio esclusivamente securitario o repressivo nei confronti di chi scende in piazza.
La capacità di riportare la discussione sui contenuti accessibile a tutti e sicura non rappresenta una pretesa eccessiva, ma la condizione essenziale su cui una comunità democratica e accogliente costruisce la propria idea di futuro.
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