Il mondo non sta finendo. Ci sta chiedendo qualcosa

"La profezia ci dà il coraggio di parlare, la resistenza ci dà il coraggio di restare saldi e la diaconia ci dà il coraggio di agire".

The Great Day of His Wrath, di John Martin. Foto tratta da https://commons.wikimedia.org/

Roma (NEV), 26 ottobre 2026 – Traduciamo una riflessione di Daniela Varano, responsabile della comunicazione di ACT Alliance*, pubblicata originariamente in lingua inglese sul sito ufficiale dell’organizzazione.


Ultimamente i media si sono popolati di storie di miliardari che costruiscono bunker privati per sfuggire al collasso della società, mentre sedicenti profeti e predicatori hanno imparato a usare magistralmente i social media per annunciare che la fine dei tempi è ormai vicina.

Paradossalmente, alcuni di questi stessi profeti, mentre avvertono di un’apocalisse imminente, sono anche impegnati a sostenere candidati politici presumibilmente scelti da Dio per guidare l’umanità attraverso l’oscurità.

Nel frattempo, le sempre più rapide conseguenze del cambiamento climatico – visibili in modo crescente in inondazioni devastanti, incendi boschivi, siccità e temperature estreme – aggiungono un ulteriore tassello a questo senso collettivo di sventura imminente.

Ogni volta che guardiamo i nostri schermi, scorriamo le notizie o riceviamo un’altra notifica sui nostri telefoni, ci viene ricordato che qualcosa, da qualche parte, sta andando terribilmente storto. Diventa sempre più difficile distinguere tra la legittima preoccupazione per il futuro e la crescente fascinazione per il suo collasso.

E forse è proprio da qui che dobbiamo partire: chiedendoci se la nostra ossessione per la fine del mondo non ci stia distraendo dal compito ben più difficile di affrontare il mondo così com’è.

L’ultimo decennio è stato particolarmente duro per il nostro settore. Valori che un tempo credevamo universalmente condivisi vengono ora riesaminati attraverso la lente sempre più spietata dell’opportunismo politico. Traguardi faticosamente raggiunti nella giustizia di genere, nella giustizia climatica e nei diritti umani vengono messi in discussione e, in alcuni casi, deliberatamente smantellati.

I principi che stanno alla base dell’azione umanitaria sono sempre più contestati, mentre lo spazio per la società civile, un tempo considerata un pilastro essenziale delle società democratiche, si sta costantemente riducendo, minato dall’ostilità politica, da politiche restrittive e da un sottofinanziamento cronico. Per quelli di noi che hanno dedicato la propria vita professionale a difendere questi valori, il senso di disillusione può essere profondo.

Ci troviamo a navigare in tempi eccezionali, spesso mettendo in discussione presupposti che un tempo davamo per scontati, pur aggrappandoci a quell’unica convinzione che deve rimanere non negoziabile: il nostro impegno verso l’umanità.

Indugiare nella disillusione può farci sentire terribilmente soli, come se stessimo combattendo contro un oceano di crisi, con un’ondata dopo l’altra che minaccia di frantumare sia le nostre coste che le nostre anime. E non aiuta nemmeno fare “doom scrolling” sul mondo attraverso i nostri telefoni cellulari, circondati da chatbot e assistenti virtuali dell’intelligenza artificiale.

In momenti come questi, le parole contano. Possono aiutarci a riconnetterci con il nostro scopo, a ricordarci i nostri impegni morali e a ritrovare il coraggio di agire.

La parola resistere deriva dal latino: stare fermi, prendere posizione.

E prendere posizione è qualcosa che noi, in quanto organizzazioni di matrice religiosa, abbiamo fatto nel corso di tutta la nostra storia. Ci siamo opposti alle ingiustizie sociali e politiche e alle violazioni della dignità umana. Abbiamo lavorato a fianco delle comunità nella lotta per porre fine all’apartheid. Abbiamo marciato mano nella mano con i leader afroamericani durante il Movimento per i Diritti Civili e con Black Lives Matter. Abbiamo costruito coalizioni globali per sfidare la povertà, la fame e il debito ingiusto.

Ovviamente la nostra storia non è priva di contraddizioni. Le istituzioni di fede non si sono sempre schierate dalla parte della giustizia. Alcune hanno difeso gli stessi sistemi di oppressione che altri, ispirati dalla medesima fede, hanno combattuto per smantellare. Anche questo ci ricorda che il coraggio morale non è mai garantito. Ci richiede una scelta, ancora e ancora, su dove schierarci.

Abbiamo sfidato il potere, affrontato l’ingiustizia, difeso la dignità umana e sostenuto la pace, anche quando farlo comportava un costo.

Questo è ciò che significa per noi essere profetici: non predire la fine del mondo, ma rifiutarsi di accettare l’ingiustizia come sua condizione inevitabile.

E in effetti, c’è una profonda differenza tra questa vocazione profetica e le interpretazioni fataliste dell’apocalisse che dominano sempre più il discorso pubblico. La tradizione profetica ci richiama alla responsabilità morale e alla trasformazione nel presente. Le stesse tradizioni apocalittiche non sono sempre state sinonimo di rassegnazione; nel corso della storia hanno anche ispirato resistenza, liberazione e speranza tra le comunità oppresse. Ma quando la catastrofe viene presentata come inevitabile, come parte di un futuro già scritto e al di fuori della nostra capacità di influenzarlo – o peggio ancora – come l’obiettivo finale stesso, il pensiero apocalittico può trasformarsi in un invito a rinunciare alla nostra responsabilità di agire.

Noi troviamo forza in una convinzione diversa: che la speranza non sia passiva, ma azionabile. Che tendere la mano a chi ne ha bisogno non sia semplicemente un atto di generosità, ma una parte essenziale di ciò che significa essere umani. Che la giustizia non sia un ideale astratto, ma una bussola morale che guida le nostre scelte, i nostri impegni e le nostre azioni.

Questo è il cuore della diaconia: l’espressione della fede attraverso il servizio, la solidarietà e la ricerca della giustizia. Ci ricorda che la nostra responsabilità non è quella di stare a guardare a bordo campo aspettando che il mondo cambi, ma di partecipare attivamente a plasmare quel cambiamento, insieme alle comunità con cui lavoriamo. Non si tratta solo di rispondere alla sofferenza, ma anche di sfidare le strutture e i sistemi che la perpetuano.

Questa profonda convinzione però non può rimanere confinata nel nostro dialogo interiore, sepolta nelle nostre politiche o articolata nelle nostre strategie. Deve essere discussa, condivisa e diffusa. E deve essere messa in pratica. Oggi, forse più che mai, abbiamo la responsabilità di far sentire la nostra voce, di sfidare le narrazioni dominanti della paura e della rassegnazione.

Il mondo non ci chiede di predire la sua fine. Ci sta chiedendo di assumerci la responsabilità di ciò che accadrà dopo.

Dobbiamo sfidare coloro che, in nome della religione, scelgono di spaventare anziché confortare, di dividere anziché unire. Dobbiamo affrontare la compiacenza di fronte al cambiamento climatico e chiedere conto alle compagnie di combustibili fossili, le cui attività continuano a spingere questa splendida creazione verso un futuro sempre più incerto. Dobbiamo difendere le donne e le ragazze in tutte le loro diversità contro il bigottismo, il controllo e la violenza. Dobbiamo alzare la voce per le comunità la cui sofferenza viene troppo spesso dimenticata, sia che si trovino intrappolate nei conflitti, bloccate nella povertà o messe a tacere dall’oppressione.

Ma, cosa forse più importante, dobbiamo riconoscere che non possiamo farcela da soli. Le sfide che affrontiamo sono troppo complesse, troppo interconnesse e troppo profondamente radicate nelle strutture di potere e disuguaglianza per essere affrontate in isolamento. Abbiamo bisogno gli uni degli altri. Dobbiamo unirci come membri di un’Alleanza, e allo stesso tempo tendere la mano ad altri che condividono la nostra visione, invitandoli a unirsi a noi nel nostro impegno per la giustizia, la dignità umana e la cura del Creato. Non semplicemente per difendere ciò in cui crediamo, ma per trasformare quelle convinzioni in un’azione collettiva, amplificare le nostre voci e rafforzare la nostra capacità di generare il cambiamento.

La profezia ci dà il coraggio di parlare, la resistenza ci dà il coraggio di stare saldi e la diaconia ci dà il coraggio di agire.


* Act Alliance è una coalizione di oltre 160 chiese, organizzazioni confessionali e ONG di ispirazione religiosa provenienti da più di 120 paesi, impegnate insieme nello sviluppo globale, nella promozione dei diritti, nella giustizia climatica e nell’assistenza umanitaria. Nata nel 2010 dalla fusione tra la rete di soccorso ACT International (1995) e ACT Development (2007), l’alleanza ha come promotori storici il Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) e la Federazione luterana mondiale (FLM).