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Arte e IA. Thanchanok Belforte: “spazio di ascolto, palestra di vita, relazione”

Thanchanok Belforte. Courtesy l'artista

Roma (NEV), 2 agosto 2026 – Arte e Intelligenza artificiale (IA). Convergenze e divergenze, fratture e contaminazioni tra queste due creazioni umane, sono lo spunto di questo speciale estivo in chiave intergenerazionale e interdisciplinare.

In questa intervista, la voce di Thanchanok Belforte, artista e docente di Disegno e Storia dell’Arte al Liceo Valdese di Torre Pellice. Belforte ha studiato Stampa e Grafica d’Arte. Valdese, è Presidente della Federazione giovanile evangelica in Italia (FGEI). Dal 2025 fa parte del Consiglio di chiesa di Torre Pellice. In questo momento si trova in Thailandia.

L’intelligenza artificiale può essere sia una minaccia, sia uno straordinario alleato della creatività. Cosa ne pensa?

Condivido questo punto di vista. Se osserviamo la storia dell’arte, ci rendiamo conto che ogni innovazione tecnica è stata inizialmente accolta con diffidenza, per poi entrare a far parte del linguaggio artistico. L’arte, del resto, ha sempre saputo trovare nuovi strumenti per raccontare e interpretare il proprio tempo.
Anche l’intelligenza artificiale può rappresentare un mezzo creativo, purché non sostituisca il processo di ricerca, ma lo affianchi e lo arricchisca. Tutto dipende dall’intenzione e dal contesto in cui viene utilizzata. Spesso tendiamo a vedere l’IA come una sorta di “buco nero” capace di assorbire e annullare la creatività spontanea. In realtà, la creatività non risiede nello strumento, ma nella capacità dell’essere umano di interpretare il mondo, porsi domande e dare forma a un pensiero. Se l’intelligenza artificiale contribuisce a questo percorso, può diventare un prezioso alleato; se invece finisce per sostituire completamente l’esperienza umana, rischia di impoverire il significato e il valore dell’opera.

Gesto manuale, materia, strumenti analogici (pennello, carta, voce, corpo, silenzio). A cosa non rinuncerebbe? E perché?

Non rinuncerei mai al rapporto diretto con la materia. Mi considero ancora, in fondo, di indole “analogica”. Negli ultimi anni ho lavorato con materiali diversi come metallo, carta e tessuti, ciascuno con caratteristiche proprie, ma tutti capaci di raccontare il tempo, la fragilità e la trasformazione. Il gesto manuale lascia tracce irripetibili: un’incisione, una piega, un’imperfezione custodiscono la storia dell’opera e il percorso di chi l’ha realizzata. Per questo credo che il contatto fisico con i materiali non sia soltanto una questione tecnica, ma un vero e proprio modo di pensare e di creare. Anche quando utilizzo strumenti contemporanei, sento sempre l’esigenza di tornare alla manualità, perché è proprio lì che nasce il dialogo più autentico tra l’idea e la sua concreta realizzazione.

Thanchanok Belforte

L’atto creativo nasce da una ispirazione dentro di sé, oppure c’è qualcosa di altro (il divino, il mistero, l’inconscio, la natura, la comunità) che attraversa l’opera? Come definirebbe questa esperienza?

Ogni opera segue un percorso diverso e, con essa, cambiano anche le fonti di ispirazione. A volte tutto nasce da un’esperienza personale, altre da un’opera del passato, da un paesaggio, da un incontro o da una domanda che continua ad accompagnarmi nel tempo. Non credo che l’ispirazione appartenga soltanto alla dimensione interiore: la considero piuttosto il risultato di un dialogo continuo tra ciò che siamo e ciò che il mondo ci restituisce. In questo processo confluiscono la natura, la memoria collettiva, la storia e le relazioni, elementi che attraversano l’opera e ne alimentano il significato.
L’artista, in fondo, diventa un tramite: accoglie queste suggestioni, le interpreta e le trasforma in una forma visibile, capace di generare nuove connessioni e nuovi significati.

L’arte genera esperienze di estasi, trance, commozione, e altri stati dell’essere, pensiamo alla Sindrome di Stendhal. A prescindere da come un’opera venga creata – da esseri umani, in collaborazione con l’IA o persino interamente dall’IA – in che modo può renderci più umani e favorire il dialogo interculturale e inter-fedi?

Credo che ciò che rende un’opera capace di parlare alle persone non dipenda tanto dal modo in cui è stata realizzata, quanto dalla qualità delle domande che riesce a suscitare. Il processo creativo può certamente far parte del suo racconto, ma un’opera ci rende davvero più umani quando ci invita a guardare il mondo da una prospettiva diversa dalla nostra e riesce a smuovere qualcosa dentro di noi.
L’arte è, prima di tutto, uno spazio di ascolto ancora prima che di risposta: mette in dialogo esperienze, culture e sensibilità differenti senza imporre un’unica interpretazione. Proprio per questo può diventare un linguaggio universale, capace di costruire ponti tra persone appartenenti a tradizioni, contesti e visioni del mondo diversi.
Penso, ad esempio, al dialogo tra le diverse fedi: un’opera può creare un terreno d’incontro tra persone con percorsi spirituali differenti, favorendo la comprensione reciproca attraverso la forza delle immagini, dei simboli e delle emozioni condivise.

C’è chi vorrebbe porre dei limiti all’espressione artistica, e chi pensa che l’espressione artistica non abbia limiti. È possibile un dialogo fra queste due visioni? C’è un gap generazionale o culturale su questo tema?

Credo che il dialogo sia possibile proprio perché l’arte vive di confronto. La libertà espressiva è un valore fondamentale, ma ogni opera entra inevitabilmente in relazione con una comunità e con il contesto culturale in cui nasce e viene osservata. Le differenze generazionali e culturali influenzano inevitabilmente il modo in cui interpretiamo i linguaggi artistici. Basta pensare a come lo studio della storia dell’arte cambi da un Paese all’altro o da un’epoca all’altra, modificando la prospettiva con cui leggiamo le opere.

Eppure è proprio la storia dell’arte a insegnarci che molte opere oggi considerate imprescindibili furono, al momento della loro nascita, rifiutate, fraintese o giudicate incomprensibili. Questo ci ricorda che il valore di un’opera non coincide sempre con il consenso immediato, ma spesso emerge proprio dal dialogo che riesce ad aprire nel tempo.

Le è mai capitato di avere la sensazione che fosse l’opera a guardare lei?

Sì, ed è una delle esperienze più profonde che l’arte possa offrire. Alcune opere continuano a interrogarci anche dopo che le abbiamo lasciate, accompagnandoci nel tempo e riemergendo nei nostri pensieri.
Penso anche a quelle opere che richiedono la partecipazione attiva di chi le osserva. In questi casi non siamo più semplici spettatori, ma entriamo a far parte di un dialogo: la nostra presenza, il nostro sguardo e la nostra esperienza contribuiscono a dare nuovo significato all’opera stessa.

Da insegnante mi affascina vedere come una stessa opera possa “parlare” a persone diverse in modi completamente differenti, perché ciascuno vi riconosce qualcosa della propria storia, della propria sensibilità e del proprio vissuto. È proprio questa capacità di generare interpretazioni sempre nuove che, a mio avviso, rappresenta il segno più autentico della vitalità dell’arte.

Viviamo in un’epoca in cui tutto sembra dover essere spiegato, misurato e reso trasparente. Pensa che l’arte abbia invece il compito di custodire zone d’ombra, misteri e domande senza risposta? 

Assolutamente sì. Viviamo in una società che tende a spiegare tutto, a catalogare e misurare ogni cosa. L’arte, invece, ci ricorda che non tutto deve necessariamente essere risolto. Siamo più noi che lo pretendiamo. Le zone d’ombra non rappresentano un limite, ma uno spazio di libertà. Un’opera continua a vivere proprio perché lascia aperte delle domande e permette interpretazioni sempre nuove. Possiamo considerare arte ciò che ci offre riflessioni e mette in discussione i nostri pensieri. Finché ci sono domande essa è ancora viva e ha da dirci qualcosa. Viviamo in una società che si è impigrita a farsi delle domande e difficilmente mette in discussione le proprie risposte, potremmo vedere l’arte come un’ottima palestra di vita e di pensiero, dove lasciare da parte questa “pigrizia culturale”.

Se un’opera creata dall’IA la commuovesse fino alle lacrime, cambierebbe la sua idea di anima?

Probabilmente no. Piuttosto, mi chiederei perché quell’opera sia riuscita a emozionarmi. Le emozioni appartengono a chi osserva, perché ciascuno porta con sé la propria storia, la propria memoria e la propria sensibilità. Se un’immagine generata dall’intelligenza artificiale riuscisse a commuovermi, significherebbe che ha saputo risvegliare qualcosa di profondamente umano dentro di me. Per come la intendo, l’anima di un’opera non risiede nello strumento con cui è stata realizzata, ma nella relazione che riesce a instaurare con chi la incontra. È in quello spazio di dialogo, fatto di emozioni, interpretazioni e vissuti personali, che l’opera acquista il suo significato più autentico.

Fra le diverse arti, quali sono secondo lei imprescindibili per lo sviluppo educativo, pedagogico e persino politico delle persone e delle comunità (musica scultura poesia letteratura cinema pittura…)? E perché?

Se dovessi individuare le forme d’arte che considero più incisive per la crescita delle persone e delle comunità, sceglierei le arti visive e la musica. Non perché siano superiori alle altre, ma perché possiedono una straordinaria capacità di superare le barriere linguistiche e culturali, parlando attraverso un linguaggio immediato e universale. Credo che, come esseri umani, sentiamo da sempre il bisogno di lasciare un segno del nostro passaggio. Lo dimostrano le pitture rupestri, i monumenti, le sculture, ma anche il canto e la musica, che hanno accompagnato le comunità fin dalle loro origini.

Prima ancora della scrittura, l’immagine e il suono sono stati strumenti per condividere esperienze, trasmettere memoria, costruire identità e creare appartenenza. In fondo, fare arte significa anche dire: io sono stato qui, questa è la mia storia, questo è il mio sguardo sul mondo. Le arti visive hanno la capacità di rendere visibili idee, emozioni e domande che spesso le parole non riescono a esprimere.

La musica, invece, crea connessioni profonde tra le persone attraverso l’ascolto, il ritmo e l’emozione condivisa. Entrambe ci invitano a partecipare, non solo a osservare, e diventano strumenti privilegiati per sviluppare empatia, immaginazione e capacità di confronto. Per questo attribuisco loro anche un valore educativo e politico. Non nel senso di trasmettere una visione ideologica, ma perché educano a guardare il mondo con maggiore consapevolezza, a riconoscere prospettive diverse dalla propria e a costruire comunità capaci di dialogare.
L’arte non offre soluzioni immediate, ma ci allena a porci domande, a convivere con la complessità e a lasciare, a nostra volta, un segno consapevole nella realtà che abitiamo.

Artisti o artiste del terzo millennio secondo lei assolutamente da conoscere? E che cosa li rende così importanti ai suoi occhi?

Più che individuare gli “artisti più importanti”, preferisco pensare a quegli autori che hanno saputo ampliare il nostro modo di vivere l’arte e di guardare il mondo. Tra questi citerei tre diversi artisti.

Olafur Eliasson, perché riesce a trasformare luce, spazio e fenomeni naturali in esperienze condivise. Le sue opere non si limitano a essere osservate: chiedono al pubblico di partecipare, di prendere coscienza della propria percezione e del rapporto con l’ambiente. È un modo di intendere l’arte come esperienza, più che come semplice oggetto.

Penso poi a Zhang Huan, che ho avuto modo di apprezzare attraverso l’opera “Family Tree”. Il lavoro di questo artista si concentra sul mettere il corpo al centro della riflessione. Le sue performance e le sue installazioni intrecciano memoria personale, storia collettiva e spiritualità, mostrando come il corpo possa diventare archivio di esperienze, sofferenze e trasformazioni. È un artista capace di costruire un dialogo tra culture differenti senza rinunciare alla complessità delle proprie radici.

Tra le artiste sceglierei Chiharu Shiota, perché le sue installazioni trasformano fili, oggetti quotidiani e spazi architettonici in metafore della memoria, delle relazioni e dell’esistenza. Le sue opere invitano il pubblico a riflettere sui legami invisibili che uniscono le persone, ricordandoci che ogni esperienza individuale fa parte di una storia collettiva.

L’arte turba, la scienza rassicura, diceva Georges Braque. È mai stato così? Lo è ancora?

Braque, così come artisti come Chagall e, in ambito architettonico, Le Corbusier, sottolineava la capacità dell’arte di scuotere le nostre certezze e mettere in movimento le emozioni. Credo che questa riflessione sia ancora profondamente attuale, anche se oggi la distinzione tra arte e scienza appare meno netta.
Anche la scienza, attraverso le sue continue scoperte, è in grado di trasformare il nostro modo di guardare il mondo, mettendo in discussione convinzioni che sembravano consolidate. Allo stesso tempo, l’arte può offrire strumenti per interpretare questi cambiamenti, attribuire loro un significato e aiutarci a trovare nuovi equilibri. Più che due ambiti contrapposti, mi piace pensare che arte e scienza siano due linguaggi complementari con cui l’essere umano esplora la realtà: l’una attraverso l’immaginazione, l’intuizione e l’esperienza sensibile; l’altra attraverso l’osservazione, la ricerca e la conoscenza. Entrambe, seppur con strumenti diversi, nascono dalla stessa esigenza: comprendere il mondo e il nostro posto al suo interno.


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