Festa della Riforma. Garrone: “La chiesa ha sempre bisogno di riforma”

Daniele Garrone

Roma (NEV), 29 ottobre 2026 – Alla vigilia della Festa della Riforma, celebrata intorno al 31 ottobre di ogni anno, abbiamo posto al presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), pastore Daniele Garrone, alcune domande.

Il 31 ottobre, o la domenica più vicina a quella data, le chiese protestanti celebrano la Riforma. Che senso ha oggi questa ricorrenza?

Il 31 ottobre 1517 Martin Lutero pubblicò, affiggendolo sulla porta della chiesa del castello di Wittenberg, la città universitaria dove insegnava, un cospicuo documento teologico sulle indulgenze. Non era un manifesto rivoluzionario, ma una dotta disquisizione, nella quale però metteva al centro dell’identità cristiana non l’uomo, ma l’azione di Dio per l’uomo, non le opere, ma la grazia, non la ricerca della virtù, ma il perdono dei peccati. Fu questa prospettiva che provocò profondi cambiamenti nella cristianità, chiamando a mettere al centro la Scrittura e non la tradizione, la libertà della fede e non l’obbedienza alla gerarchia, Cristo e non la chiesa … Come diceva Lutero, “la nostra fede è certa perché ci pone al di fuori di noi stessi …” Siamo chiamati ad abbandonare la prospettiva di umani incurvati su sé stessi, per diventare liberi nella fede e disposti al servizio del prossimo. Tutto questo venne (ri)scoperto sullo sfondo del Medioevo, ma è ancora attuale, basta pensare all’importanza che l’idea della prestazione ha nelle nostre vite … La memoria del 31 ottobre non è dunque la celebrazione della secolare esistenza di una chiesa o di una confessione, ma un invito a riascoltare l’evangelo, la parola che ci apostrofa e ci sorprende dal di fuori, dall’alto, perché è Dio che la pronuncia e non le nostre buone intenzioni. Anzi, proprio questa memoria è anche un invito a guardare a noi stessi, alla realtà delle nostre chiese, con uno sguardo critico … come si dice ecclesia semper reformanda, la chiesa ha sempre bisogno di riforma, di misurare la sua realtà con il metro della vocazione che le è rivolta, sapendo che il Dio che la convoca è anche Colui che la giudica.

Di ritorno da Assisi, quale sente essere la maggiore spinta creativa, e quale la maggiore amarezza, in questi nostri tempi?

Da Assisi al mondo, un appello inter-fedi per la pace

Credo che nelle chiese, non meno che nella società, tanto più nel tempo della comunicazione frenetica, irriflessa, delle prese di posizioni – spesso umorali – affrettate e urlate, manca la capacità di interloquire, di dialogare, di interrogarsi, di ascoltare, di argomentare, di sfuggire alle semplificazioni, di problematizzare, di documentare quello che si dice … Ben  vengano, allora, momenti in cui identità religiose, culturali, politiche anche diversissime, accettano di confrontarsi e di farlo interrogandosi su problemi drammatici coma la ricerca della pace e la guerra, il futuro del pianeta, le sorti delle nostre democrazie, il dramma delle migrazioni …Se prendi sul serio i problemi, se riconosci i tuoi limiti e ascolti gli altri, non riesci più a fare il grillo parlante e questo è salutare … E forse trovi anche parole sensate e azioni responsabili …

Quale parola biblica si sente di voler condividere per questa Festa della Riforma?

La chiesa non ha altra parola da condividere che quella con cui è essa stessa apostrofata da Dio, non altro insegnamento che quello che è a lei stessa impartito. Detto questo mi colpisce il “versetto della settimana” che il nostro lezionario propone per quella che si apre domenica 1° novembre; “Presso di te [Dio] è il perdono, perché tu sia temuto”. Le affermazioni centrali della fede cristiana sono paradossali, come questa. Oggetto di “timore”, cioè di rispetto, di ubbidienza, di reverenza non è l’irresistibile potenza di un Dio severo e punitivo, ma il suo perdono, cioè la sua determinazione a non abbandonare chi non può da solo dare un senso alla propria vita o che, come diceva sempre Lutero, vuole essere lui stesso dio.