Miteinander/Insieme tra identità e futuro

Intervista a Christiane Groeben, direttrice della rivista bilingue della Chiesa evangelica luterana in Italia “Miteinander/Insieme”

La direttrice della rivista CELI Miteinander/ Insieme, Christiane Groeben, in una immagine di archivio, durante il suo incarico di vicepresidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI). Qui, a fianco all'allora presidente FCEI, pastore Luca Maria Negro, in occasione di uno dei primi Corridoi umanitari

Roma (NEV), 27 maggio 2026 – A margine del Sinodo della Chiesa evangelica luterana in Italia (CELI), tenutosi a Roma a inizio maggio, abbiamo chiesto a Christiane Groeben, direttrice di Miteinander/Insieme, di raccontare il presente e il futuro della storica rivista bilingue della CELI. Dalla sfida tra carta e digitale al valore della memoria, dal ruolo delle traduzioni al desiderio di costruire unità tra comunità e generazioni, emerge il ritratto di una pubblicazione che continua a interrogarsi sul proprio tempo senza rinunciare alla profondità della riflessione e al valore concreto della parola scritta. Ecco le sue risposte.

Copertina di Miteinander/Insieme numero 1/2026
Nel corso dell’ultimo Sinodo luterano il dibattito attorno a Miteinander/Insieme è stato vivace e costruttivo. Che cosa emerge per il futuro della rivista?

Mi ha colpito soprattutto l’interesse che la rivista continua a suscitare. Quando preparo un nuovo numero invio sempre una lettera circolare sul tema scelto: offro qualche spunto e chiedo un riscontro, anche solo un pensiero o una breve riflessione. Questo crea partecipazione e consapevolezza attorno al progetto.

I testi richiesti sono brevi — una pagina o mezza pagina, circa 2400 battute spazi inclusi — e questo obbliga a pensare bene ciò che si vuole dire. In poco spazio si possono trasmettere molte cose, se le parole sono scelte con cura. È un po’ come la poesia: richiede pensiero e sintesi. Dal 2025, inoltre, la rivista è passata da 6 a 4 numeri all’anno. Questo ci offre più tempo per la progettazione e per lavorare meglio sui contenuti, andando anche oltre un taglio puramente accademico.

Carta o digitale?

Vedo molto bene la coesistenza dei due linguaggi. Già in passato avevamo il pdf disponibile sul sito, ma oggi le nuove generazioni, che sono native digitali, hanno abitudini diverse e questo va accettato. Non si tratta più soltanto di mettere online un pdf: il digitale offre possibilità di approfondimento attraverso link, contenuti aggiuntivi e altri formati. Questo però richiede nuove collaborazioni e forse anche un ampliamento del team redazionale.

Non penso comunque che un linguaggio debba sostituire l’altro. Ciò che abbiamo apprezzato ieri non diventa automaticamente vecchio. C’è una differenza, ad esempio, tra consegnare una rivista dopo il culto e limitarsi a dire: “Dammi il tuo numero, ti mando il link”. La carta crea un contatto più immediato e meno impersonale.

La lettura stessa cambia quando abbiamo qualcosa in mano: l’oggetto fisico possiede un valore concreto. La copia cartacea, inoltre, è una sorta di biglietto da visita della chiesa, anche per molti membri che conoscono poco la CELI a livello nazionale. È uno strumento che crea unità e appartenenza. E non si tratta di un semplice bollettino interno o autoreferenziale: i temi affrontati spaziano su attualità e cultura. Il prossimo numero, ad esempio, sarà dedicato all’intreccio fede-poesia.

La sua formazione scientifica rappresenta un percorso non scontato per chi dirige una rivista culturale ed ecclesiale. In che modo questo approccio influenza – se lo fa – le sue scelte editoriali e il modo di leggere il mondo?

In realtà la mia formazione è filologica e poi archivistica. Lavorare in un ambiente scientifico mi porta a guardare con maggiore attenzione ai problemi del presente sui temi proposti dalla Conferenza pastorale.

Cerco di dare un taglio legato alla quotidianità. Se affrontiamo, ad esempio, la biodiversità, posso coinvolgere colleghi o esperti che conoscono bene il Mediterraneo o altri aspetti specifici della questione. Mi interessa il legame concreto con la vita di tutti i giorni.

In che modo è possibile sostenere Miteinander/Insieme?

Chi desidera collaborare può semplicemente contattarmi. Io parto già da una lista di oltre cento persone, a cui invio la richiesta di eventuali collaborazioni. Chi non scrive, può mettere la redazione in contatto con esperti o nuove competenze. Questa rete aiuta anche a creare consapevolezza attorno ai temi scelti. Di solito si parte da una domanda: che cosa dice la Bibbia su questo argomento? E poi si prova a collegare il tema alla vita quotidiana, coinvolgendo anche le chiese sorelle e il mondo evangelico più ampio.

Nel prossimo numero interverrà anche il pastore Daniele Garrone, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), sui Salmi. Ogni numero è una bella sfida, perché richiede di mettere insieme sensibilità differenti attorno a un filo comune.

Copertina di Miteinander/Insieme numero 2/2025
La scelta bilingue, italiano e tedesco, è da sempre una cifra identitaria della rivista. Quanto rappresenta una sfida sul piano editoriale e organizzativo, e quanto invece costituisce un’opportunità per costruire ponti tra sensibilità e culture?

La dimensione bilingue è innanzitutto parte dell’identità stessa della nostra chiesa: per statuto siamo una chiesa bilingue, e la rivista è anche espressione di questa realtà.

Non conosciamo con precisione la percentuale di membri di lingua italiana e tedesca nelle nostre comunità, ma la sensazione è che ci sia ancora un equilibrio abbastanza paritario, soprattutto tra le persone più anziane. E poi c’è un aspetto molto profondo: la lingua della fede non si cambia facilmente.

Recitare il Credo o il Padre Nostro nella propria lingua madre non è la stessa cosa che farlo in una lingua diversa, anche se ben conosciuta. Lo stesso vale per gli inni: cantare “Lode all’Altissimo” nella lingua imparata da bambina o da bambino porta con sé qualcosa che va oltre il semplice significato delle parole. C’è una memoria emotiva e spirituale che vorrei continuare a offrire anche ai lettori.

Dal punto di vista pratico, abbiamo una piccola squadra di traduttrici, due o tre persone, e il lavoro richiede sempre anche controlli incrociati, soprattutto in contesti familiari o comunitari dove convivono entrambe le lingue. E poi c’è anche il lettore che confronta le versioni e magari critica le traduzioni. In fondo, come si dice spesso, tradurre è sempre un po’ tradire. Lavorare insieme ci aiuta a migliorare.

In un panorama mediatico segnato da velocità, frammentazione e sovraccarico informativo, quale pensa debba essere oggi la specificità di una rivista come Miteinander/Insieme?

Negli ultimi tempi sono stata incoraggiata a chiedere agli autori di inviare testi già in due lingue, magari anche con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Credo però che tutto questo debba sempre essere verificato attentamente, perché rischia di togliere qualcosa della creatività personale di chi traduce.

Secondo me deve restare uno spazio di interpretazione umana, che sarebbe un peccato perdere. Non abbiamo ancora criteri definitivi per capire dove l’IA sia davvero utile e dove invece rischi di gestirci più di quanto noi gestiamo lei.

La specificità della rivista sta anche nella sua forma: il tema scelto deve incuriosire già dalla copertina, ma contano molto anche il formato breve e la possibilità di trovare, in poche pagine, spunti che abbiano davvero la possibilità di essere letti.

Mi interessa l’autenticità dell’esperienza vissuta: testimonianze personali, riflessioni concrete, ma sempre in equilibrio con l’informazione e con il tema del numero.

Guardando ai prossimi anni, quale sarebbe per lei il segnale più incoraggiante del fatto che Miteinander/Insieme sta andando nella direzione giusta: una crescita dei lettori, un maggiore coinvolgimento delle comunità, nuove firme, o qualcos’altro?

È una domanda difficile, perché stiamo vivendo una fase di grande cambiamento nei modi di vivere e di comunicare. Forse il fatto di essere archivista mi lega particolarmente alla memoria e alla sua tutela.

Ho l’impressione che, se un giorno dovesse rimanere soltanto il digitale, rischieremmo di perdere qualcosa di importante. Se non esiste più una copia cartacea, che cosa resterà della memoria collettiva? Fra cinquant’anni quali documenti consulteremo per capire che cosa stava accadendo oggi? Quale sarà il destino degli hard disk e dei cloud?

Per questo penso che sia importante mantenere insieme i diversi sistemi. Non solo per le generazioni più anziane, ma anche per chi cresce oggi: avere in mano una copia cartacea continua ad avere un significato. Il segnale più incoraggiante, per me, sarebbe vedere che questo interesse continua nel tempo: che la rivista riesca ancora a creare riflessione, memoria e una base di pensiero per il futuro. E, da questo punto di vista, posso dire di essere soddisfatta.


Christiane Groeben verso la SeaWatch3, il 4 gennaio 2019, alla vigilia del rendez-vous nell’ambito dell’Alleanza United4Med che con due imbarcazioni da Malta va in sostegno della nave da 14 giorni in attesa di un porto sicuro per le 32 persone, donne, uomini e bambini, salvate nel Mediterraneo centrale

Christiane Groeben è filologa, archivista e storica della scienza.

Profondamente legata alla città di Napoli e alla celebre Stazione Zoologica Anton Dohrn, è attiva della Comunità luterana di Napoli della CELI.

Al suo attivo, numerose pubblicazioni. Ha ricoperto diversi incarichi, tra cui quello di vicepresidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI).