Digger e oltre. L’impossibile compito della satira oggi

Peter Ciaccio: "in un mondo senza vergogna l’urlo del bambino del celebre racconto di Andersen «Il re è nudo!» riceve la risposta «E allora?» Coi suoi limiti, il film di Iñárritu ci trasmette un disatteso bisogno di satira..."

Cover che accompagna il trailer ufficiale del film Digger

Roma (NEV), 9 ottobre 2026 – di Peter Ciaccio – Nelle sale cinematografiche è uscito in pompa magna Digger, ultima fatica del messicano Alejandro González Iñárritu, uno dei registi più affermati, noto per essere estremo e radicale nella messa in scena. Tuttavia, al momento sembra che difficilmente riuscirà a ripagare l’ingente budget con cui è stato realizzato, perché una parte importante della critica lo ha recensito negativamente e perché tra il pubblico non è partito alcun passaparola. 

È un film poco riuscito, in effetti, e oscilla tra l’incomprensione e la spiegazione, ovvero ci sono dei momenti in cui non si capisce dove vuole andare a parare e momenti successivi in cui lo spiega in maniera didattica. Un film non dovrebbe mai spiegare esplicitamente il punto, ma Digger è un film che fa fatica a trovare un proprio linguaggio. 

Al di là della responsabilità del regista e della produzione, forse c’è anche una motivazione più profonda che ha portato a questo risultato. Sarebbe stato possibile fare meglio? Ecco, probabilmente no. Questo è l’aspetto più interessante e disperante dell’operazione Digger, che tenta di fare una satira della pericolosa situazione attuale, dove cachistocrazia e crisi dei combustibili fossili concorrono alla distruzione del mondo. 

Eppure la satira non funziona, non perché è fatta male, ma perché da qualche tempo è difficile, se non impossibile, fare una satira del potere, per il motivo che il potente ha assunto su di sé anche le funzioni del giullare. 

illustrazione tratta dal trailer ufficiale del film Digger

Al centro del film di Iñárritu c’è Norman Rockwell, detto “Digger” (“scavatore”, ma anche “cercatore d’oro” o “avventuriero”), interpretato da un Tom Cruise truccatissimo (invecchiato, ingrassato, con capelli posticci); è un ignorante che scambia il rischio d’impresa con la messa in pericolo di operai (e infine del mondo intero), è così colluso col potere da organizzare nella sua sontuosa, opulenta e decadente residenza le riunioni d’emergenza della Casa Bianca. Rockwell è chiaramente uno specchio deforme, ma di chi? Di Donald Trump? Probabilmente questa è l’intenzione, ma nel deformarlo lo rende paradossalmente più bello, perché non puoi mettere in scena un Trump-clown, perché quel personaggio esiste già ed è incarnato da… Trump stesso! 

Per secoli la ridicolizzazione del potere è stata sia arma che lo controbilanciava sia sostegno controintuitivo alla missione di governo. Il giullare di corte era una figura istituzionale. Si potrebbe dire che anche la corte di Dio, almeno nel libro di Giobbe, aveva in Satana un giullare che ridicolizzava l’Onnipotente e la pia vita del ricco Giobbe; pertanto non è necessario che il potere sia cattivo per giustificare l’esistenza della satira. 

Oggi, invece, la satira è depotenziata al massimo e ridotta a cappellano laico di una parte politica contro l’altra: serve a fare identità perché fornisce battute sull’avversario politico, come le caricature propagandistiche. Rafforza le posizioni, ma non ha alcuna influenza sulla realtà. 

In Punto Zero (trad. di Olimpia Ellero, Il Saggiatore, Milano 2026) il filosofo sloveno Slavoj Žižek scrive, citando Jacques Lacan sul Sessantotto: «In un’epoca di permissivismo come la nostra, per il teorico francese il compito della psicanalisi è ripristinare un minimo di vergogna [corsivo mio]. La vera contrapposizione non è tra sessualità libera e repressione, ma tra impudenza e dignità» (p.49). Anni fa chi parlava di permissivismo sarebbe stato considerato quantomeno un reazionario. Oggi non è così. Sempre Žižek, citando questa volta Peter Sloterdijk, dice: «L’attuale definizione dell’ideologia [è] “sanno quello che fanno e lo fanno comunque”» (p.52). Insomma, in un mondo senza vergogna l’urlo del bambino del celebre racconto di Andersen «Il re è nudo!» riceve la risposta «E allora?» 

Coi suoi limiti, il film di Iñárritu ci trasmette un disatteso bisogno di satira: non è la voglia di ridere che ci manca, ma la necessità di governare la complessità di un mondo, in cui pace, giustizia, diritti umani e, soprattutto, salvaguardia del Creato sembrano essere non più obiettivi, ma ostacoli sulla via dell’autodistruzione.