Tre Convenzioni e una pedagogia per reimparare ad abitare la Terra

Immagine tratta da https://www.sprep.org/news/pacific-takes-waste-problem-to-cop31

Roma (NEV), 28 ottobre 2026 – Le crisi di clima, biodiversità e desertificazione sono profondamente interconnesse e richiedono risposte comuni. È il messaggio che attraversa tre Convenzioni ONU nate dal Summit della Terra di Rio del 1992 e che il Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) rilancia nel percorso verso le Conferenze delle parti del 2026.

Dalla COP17 sulla desertificazione, svoltasi a Ulaanbaatar (Mongolia) in agosto, alla COP17 sulla biodiversità, in corso a Yerevan (Armenia) fino al 30 ottobre, fino alla COP31 sul clima, prevista in Turchia dal 9 al 20 novembre, emerge la necessità di tradurre gli impegni in azioni concrete.

Il CEC sottolinea in particolare il ruolo delle comunità di fede: secondo FaithInvest, infatti, le organizzazioni religiose detengono circa l’8% delle terre abitabili del pianeta e possono contribuire alla transizione ecologica anche attraverso le proprie scelte di gestione e investimento.

Nel quadro del Decennio ecumenico per l’azione per la giustizia climatica (2025-2034), il CEC sembra così richiamare le chiese a una vera e propria metanoia ecologica. Serve un cambiamento profondo di mentalità e di pratiche per reimparare ad abitare la Terra, riconoscendola come bene comune da custodire.

Qui di seguito, l’approfondimento proposto dalla Commissione globalizzazione e ambiente (GLAM) della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI).


Tre Convenzioni e una pedagogia per reimparare ad abitare la Terra

Sembra che la sequenza delle Conferenze delle parti dell’ONU su desertificazione, biodiversità e clima ripercorra e si misuri con le parole del salmo 24,1 “Del Signore è la terra e quanto contiene, l’universo e i suoi abitanti”, essendo la Terra il centro di questo triplice processo iniziato con le rispettive Convenzioni al Summit della Terra di Rio 1992.

Nell’ambito della prima, la COP 17 in Mongolia, a Ulaanbaatar dal 17 al 28 agosto 2026 intitolata “Restaurare le terre, restaurare la speranza” il Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) ha ribadito che il degrado dei terreni, della biodiversità e del clima sono interconnesse e nessuna può essere risolta senza il coinvolgimento delle comunità che le vivono. Inoltre, ha ricordato che secondo FaithInvest le organizzazioni religiose detengono circa l’8% delle terre abitabili nel mondo e quindi a loro, a noi non spetta solo un ruolo di advocacy ma anche di attore con scelte di intervento e di investimento che favoriscano il rinnovamento della vita.

La COP17 ha prodotto i risultati più incoraggianti sul piano scientifico.

Il Comitato per la Scienza e la Tecnologia ha definito il programma di lavoro 2027-2030 ed è proseguito il processo di rafforzamento della Science-Policy Interface, che garantisce l’osmosi tra conoscenza scientifica e decisioni politiche ed è stata ribadita anche la regola della prevenzione.
La sfida dei prossimi due anni sarà colmare la distanza tra strumenti tecnici sempre più precisi e una costruzione del consenso politico ancora intorno agli strumenti da adottare che procede in modo controverso oltre che lento. Ma degrado delle terre, siccità e migrazioni attraversano confini, economie e comunità e nessun Paese può affrontarli da solo.

Nella COP 17 sulla biodiversità Yerevan, Armenia, 19-30 ottobre 2026 – che è in corso – è prevista la prima revisione globale del Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal, il piano adottato nel 2022 con 23 obiettivi per il 2030.
Dato WWF, tra il 1970 e il 2022 le popolazioni monitorate di mammiferi, uccelli, pesci, rettili e anfibi hanno registrato una diminuzione media del 73,2%, oltre alle estinzioni.

Analogamente ad altre “COP” delle Convenzioni di Rio, anche la Conferenza sulla biodiversità riunisce una vasta gamma di attori in due spazi complementari: la Zona Blu e la Zona Verde.

La blu per i negoziati ufficiali e la verde (dove si trova anche la delegazione ecumenica composta da 20 persone provenienti da 16 paesi, da Panama e Bolivia a Uganda e Sri Lanka che viaggia con il Consiglio ecumenico delle chiese, la Federazione luterana mondiale – FLM – e la Comunione Anglicana) è pensata per incoraggiare una partecipazione per sostenere gli obiettivi della Convenzione e dei suoi Protocolli.

Come in Mongolia, nell’ambito del Faith Hub della COP17, il programma del Consiglio ecumenico delle chiese ha incluso una sessione sulle prospettive indigene ed ecumeniche il 20 ottobre e una sessione sui giovani e le comunità di fede il 26 ottobre.

Tra gli eventi principali e di alto profilo della Zona blu segnaliamo il Vertice dei leader sulla biodiversità del 16 ottobre da cui è uscita una Dichiarazione dei capi di stato e di governo in cui si sono impegnati a trasformare gli impegni in azioni misurabili e risultati duraturi.

Ricordiamo che l’agenda della COP sulla biodiversità si intreccia con quella preparatoria della COP31 sul clima che si terrà in Turchia dal 9 al 20 novembre.

La pre-COP31 si è tenuta a Nadi, Fiji 5-8 ottobre con eventi anche a Tuvalu riconoscendo l’impegno dei piccoli stati insulari nella resistenza alla crisi climatica da cui è scaturito un partenariato formale del Pacifico, la COP31 Pacific Partnership (che comprende anche l’Australia): un accordo su un’agenda concreta che rispecchia le priorità dei paesi del Pacifico e pone le voci e le soluzioni della regione al centro dell’azione globale per il clima.

Essa riunisce governi, organizzazioni regionali, comunità ed esperti per garantire il raggiungimento di risultati concreti alla COP31 e si basa su quattro pilastri politici:

1. mantenere l’obiettivo di 1,5°C a portata di mano;
2. migliorare l’accesso ai finanziamenti per il clima, integrando meglio le priorità relative agli oceani nell’agenda climatica globale;
3. valorizzare il ruolo degli oceani nella resilienza climatica attraverso la gestione e la conservazione sostenibili degli oceani;
4. dare maggiore voce ai Paesi del Pacifico nei negoziati globali incoraggiando gli investimenti in soluzioni basate sull’oceano e nell’economia blu.

Per i paesi del Pacifico, l’Oceano è fondamentale per l’identità, i mezzi di sussistenza, la sicurezza alimentare, lo sviluppo economico e la resilienza ai cambiamenti climatici.
La Pre-COP non adotta decisioni. Il suo vero valore sarà misurato da ciò che accadrà dopo.

Sempre nel percorso verso la COP31, il 4 novembre 2026, comunità religiose di tutto il mondo si riuniranno online per un Dialogo interreligioso di Talanoa, collegato alla COP31.

L’impegno e la presenza del Consiglio ecumenico nelle iniziative dell’ONU sulla sostenibilità rientrano nel Decennio Ecumenico per l’Azione per la Giustizia Climatica (2025-2034), che chiede alle chiese una metanoia ecologica: un cambiamento di cuore e di mente, pentimento incluso, abbastanza profondo da modificare il modo in cui utilizzano ciò che possiedono.

(Di questi temi ha parlato anche, nel corso della puntata di Radio GLAM di oggi, Antonella Visintin).


Per approfondire:

La dichiarazione di Yerevan (ITALIANO)

Nella versione originale inglese: COP 17 biodiversità Yerevan Declaration- Taking Action for Nature

Planet Report del WWF: WWF Living-Planet-Report-2026-ITA-1.pdf – Google Drive