La riflessione teologica davanti alla sfida dell’ Intelligenza Artificiale

Il valore del Simposio è consistito nell’avere connesso l’interrogazione teologica sull’umano con l’analisi dei rapporti di potere, evitando che l’etica si risolva nel comportamento del singolo utilizzatore

Roma (NEV), 21 ottobre 2026 – Pubblichiamo l’articolo di sintesi di Andrea Demartini e Nicola Mariani studenti (Magistrale) della Facoltà valdese di teologia di Roma sul Terzo Simposio dedicato all’Intelligenza Artificiale – Si è tenuto a Roma il 6 e 7 ottobre scorsi Il III Simposio Ecumenico, promosso dalla Facoltà Valdese di Teologia e dalla Comunione mondiale delle Chiese riformate (WCRC) dal titolo “Teologia, ministero ecclesiastico ed etica nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale (IA)”.

L’IA è stata analizzata nelle sue implicazioni antropologiche, etiche ed ecclesiali, interrogando i fini dell’innovazione, la distribuzione del potere e la possibilità di custodire dignità, libertà e giustizia. Pur nella diversità degli accenti, il confronto ha delineato un discernimento capace di riconoscere opportunità e rischi senza identificare il progresso tecnico con la salvezza né assumere come inevitabile una trasformazione sottratta alla responsabilità umana. 

Questa prospettiva ha trovato una prima espressione nell’intervento del Rev. Dr. Park Seong-Won, che ha collegato IA, emergenza climatica e quarta rivoluzione industriale. La denuncia dell’«impero digitale» riguarda la concentrazione di dati, infrastrutture e potere politico-economico, attraverso cui pochi soggetti possono orientare preferenze, condizionare la democrazia e amplificare disuguaglianze già esistenti. 

Manipolazione dell’informazione, esclusione dal lavoro, impieghi militari e costi ecologici appartengono quindi a una medesima questione di giustizia. Sul piano teologico, le promesse transumaniste di superamento della fragilità e della morte rischiano di configurare un surrogato tecnologico della salvezza, riducendo l’umano alla prestazione cognitiva. 

Il testo di Park, “La giustizia al cuore della nostra fede”, prospetta perciò un processus confessionis sull’IA: un cammino ecclesiale di discernimento delle situazioni in cui è coinvolta l’integrità della fede. Nella replica, p. Dumisani ha condiviso la critica degli abusi, richiamando tuttavia le possibilità di sviluppo umano integrale e la necessità di un dialogo con gli esperti. Questa tensione tra denuncia e apertura ha accompagnato il Simposio, impedendo che la critica del dominio diventasse una condanna indistinta della tecnologia. 

Il confronto ecumenico ha approfondito tali interrogativi attraverso la presentazione di Magnifica Humanitas, prima enciclica di papa Leone XIV, da parte del Vescovo Paul Tighe, che ha posto al centro la bontà dei fini anziché la sola efficienza dei mezzi. 

La «fioritura umana» comprende dignità, socialità, inclusione, convivenza nella diversità e sostenibilità; non coincide con l’aumento delle capacità individuali. I principi della dottrina sociale cattolica — bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà, solidarietà e diritti umani — orientano così il giudizio su proprietà dei dati, organizzazione del lavoro e distribuzione dei benefici. «Disarmare l’IA» significa contrastarne gli impieghi bellici e le strutture di dominio, riconoscendone al contempo le opportunità nella sanità, nell’istruzione e nella cura. La vulnerabilità non è un difetto che debba essere cancellato per rendere l’essere umano degno: la grandezza umana si manifesta anche nel servizio e nella dipendenza reciproca. All’autosufficienza di Babele si contrappone pertanto una costruzione comune sostenuta dall’ascolto, dalla preghiera e dal discernimento. 

Nella sua Risposta riformata a Magnifica Humanitas, il Past. Dott. Hanns Lessing ha proposto un «consenso differenziato», capace di riconoscere convergenze etiche senza cancellare le specificità teologiche. Il richiamo a Calvino, alla Confessione di Accra e al processo per una Nuova Architettura Finanziaria ed Economica Internazionale (NIFEA) interpreta il creato come dono affidato, il lavoro come vocazione e la giustizia economica ed ecologica come questione di fede. Il primo comandamento smaschera l’idolatria che attribuisce al calcolo, alla previsione e al controllo un’autorità ultima: l’IA rimane invece una realtà creaturale e penultima. Uno status confessionis può riguardare forme di dominio che esigono il sacrificio del prossimo, senza essere esteso indistintamente a ogni applicazione. Ne derivano proposte di regolazione democratica, tutela dei lavoratori, gestione condivisa dei beni digitali, limiti agli usi militari e verifica delle pratiche ecclesiali, fino all’ipotesi di un forum ecumenico permanente. 

Dalla questione dei poteri che governano l’innovazione, il confronto si è spostato verso il soggetto che pensa e risponde. Il Prof. Hans-Christoph Askani ha distinto la prestazione della macchina dall’atto umano del pensare, inseparabile da biografia, attenzione, vulnerabilità e responsabilità. La delega sistematica delle attività cognitive può produrre risultati senza comprensione e indebolire la fiducia nella parola. La provocazione se l’IA possa «minacciare Dio» riguarda il possibile venir meno dell’interlocutore umano chiamato a rispondergli, quando rinuncia a esporsi personalmente nel pensiero. 

La fiducia nella capacità umana di pensare non esprime autosufficienza, ma può essere compresa a partire dalla grazia, che libera dal dover fondare il proprio valore sulla prestazione. Questo nodo è stato ripreso da Ilenya Goss, pastora, medico e coordinatrice della Commissione di studio BMV per i problemi etici posti dalla scienza, nella relazione Intelligenza artificiale orizzonte etico e teologico di una nuova responsabilità. 

L’IA, imago hominis e non imago Dei, rispecchia alcune capacità umane, ma non esaurisce un’esistenza corporea, affettiva e relazionale. La conoscenza di sé e di Dio, richiamata attraverso Calvino, situa la responsabilità nella risposta a una Parola ricevuta: essa è vocazione, non criterio per graduare la dignità. Di qui la critica di un’«algoretica» che attribuisca eticità intrinseca agli algoritmi o riduca l’agire morale all’ottimizzazione. La responsabilità attraversa progettazione, addestramento e utilizzo, mentre la teologia è chiamata a conoscere e abitare il digitale, elaborando strumenti interpretativi senza assumere un atteggiamento soltanto difensivo. 

La relazione del Past. Dott. Manuel Schmid, Le sfide teologiche e antropologiche dell’era dell’IA, ha collegato questo problema alla trasformazione dell’esperienza. L’IA non è una persona, ma neppure uno strumento neutrale ed esterno all’utilizzatore: è un medium che riconfigura l’accesso alla conoscenza, l’autocomprensione e le possibilità d’azione. 

Come la stampa e lo smartphone hanno modificato comunicazione e pratiche religiose, l’IA generativa interviene selezionando, combinando e interpretando i contenuti prima che giungano a noi. 

La dipendenza epistemica che ne deriva sposta la questione della libertà: non basta chiedere chi prende la decisione finale, se altri hanno già stabilito quali alternative siano visibili e pensabili. Il giudizio umano deve quindi essere sostenuto nelle condizioni stesse della sua formazione. Le narrazioni della catastrofe inevitabile e della salvezza automatica, pur opposte, attribuiscono entrambe alla tecnologia il ruolo di protagonista della storia. Il percorso biblico dal giardino alla nuova Gerusalemme offre invece un orizzonte in cui la creatività culturale è vocazione, attraversata dall’ambivalenza umana, mentre il compimento rimane dono di Dio. La responsabilità di plasmare il mondo non richiede né il ritorno a una natura idealizzata né la fiducia in una redenzione prodotta dalla tecnica. 

Il passaggio alle pratiche delle comunità è stato favorito dalla Prof. Francesca Debora Nuzzolese, che, insieme a Goss, ha presentato Intelligenza artificiale Note per una riflessione etico-teologica in prospettiva protestante, documento della Commissione di studio delle Chiese battiste, etodiste e valdesi, e guidato i lavori di gruppo. Il testo collega discriminazioni algoritmiche, trasparenza, privacy e sicurezza alle trasformazioni del lavoro, allo sfruttamento dei lavoratori impiegati nell’addestramento, alla proprietà intellettuale e alla sostenibilità delle infrastrutture. 

L’alfabetizzazione digitale è un compito formativo e pastorale: consente di partecipare consapevolmente alla trasformazione e di tutelare chi è maggiormente esposto all’esclusione. I gruppi sono stati invitati a interrogare l’impatto dell’IA sullo studio, sul ministero e sulla vita professionale. Restano aperte le definizioni di coscienza, intelligenza e soggettività artificiale, così come i criteri di una supervisione umana effettiva; è comunque emersa una convergenza: la dignità precede le capacità, la responsabilità non è delegabile e la giustizia digitale richiede azioni individuali, ecclesiali e istituzionali. 

Il valore del Simposio è consistito nell’avere connesso l’interrogazione teologica sull’umano con l’analisi dei rapporti di potere, evitando che l’etica si risolva nel comportamento del singolo utilizzatore. 

Rimane però una distanza tra la solidità dei principi e la definizione delle pratiche: invocare il controllo umano non basta se chi deve esercitarlo non possiede competenze, tempo e possibilità di contestare una decisione; analogamente, la denuncia dell’impero digitale è feconda se e quando distingue applicazioni, attori e danni verificabili; altrimenti rischia di rendere indistinto il proprio oggetto. 

Anche la difesa dell’umano dovrebbe evitare di dipendere da capacità che le macchine potrebbero imitare meglio: la dignità proclamata dalla fede riguarda ugualmente chi non può pensare, comunicare o agire autonomamente. Il passo successivo dovrebbe dunque coinvolgere tecnici, lavoratori e comunità marginalizzate nella verifica delle scelte ecclesiali, dalla gestione dei dati alla formazione e alla cura. 

La credibilità della testimonianza si misurerà nella capacità delle chiese di applicare a sé stesse i criteri che propongono pubblicamente, custodendo relazioni e possibilità di giudizio senza sottrarsi all’innovazione. La speranza cristiana apre questo impegno, ma impedisce di scambiarne i risultati, sempre provvisori, con il compimento promesso da Dio.