Dalla Polonia, con amore. Marcin Maciejczak: “Non è la fine”

Un frame dal videoclip ufficiale di “To nie koniec” di Marcin Maciejczak. Direzione e coreografia: Alek Paliński. https://www.youtube.com/watch?v=Nrrgx94GlGc

Roma (NEV), 30 settembre 2026 – Una sala prove vuota. Un ragazzo entra. Poi arrivano suoni, corpi, sguardi. Due danzatori, poi quattro, poi nessuno, poi otto. Il giovane artista polacco Marcin Maciejczak, nel nuovo videoclip To nie koniec (“Non è la fine”), uscito il 24 settembre, affida alla musica e alla danza una storia fatta di incontri e separazioni, libertà e fragilità, solitudine e desiderio. Il video ha superato le 60.000 visualizzazioni nei primi cinque giorni.

Maciejczak, oggi ventenne, ha esordito nel 2020 vincendo a 13 anni la terza edizione di The Voice Kids Polonia, conquistando il pubblico con una reinterpretazione di I’ll Never Love Again di Lady Gaga. Da allora ha fatto molta strada. Nel videoclip di To nie koniec, Maciejczak è protagonista insieme a un gruppo di danzatori e danzatrici provenienti da diversi Paesi europei. La coreografia è di Alek Paliński.

Già nel 2020, in un’intervista a Onet Muzyka, Maciejczak aveva dichiarato: “Non importa di che colore sia la pelle, la religione, le opinioni politiche o l’orientamento sessuale. Spero che tra qualche anno le persone inizieranno a sostenersi e rispettarsi a vicenda per sempre”. È a partire da queste parole e dalle immagini del videoclip che abbiamo chiesto al pastore valdese Pawel Gajewski di tradurre il testo della canzone e di commentarne alcuni temi. Gajewski, che è di origine polacca, si occupa fra l’altro di teologia e di dialogo ecumenico e interreligioso.

Che cosa le ha suscitato vedere questo videoclip?

Innanzi tutto, nostalgia. In Italia la musica polacca in radio non esiste. Questa canzone si inserisce, a mio avviso, nella migliore tradizione dei grandi musicisti e cantanti polacchi dagli anni ’80 in poi. Considerata la sua giovane età, penso sia straordinario, in particolare in chiave inter-generazionale genitori / figli.

Nel testo e nelle immagini emerge anche un senso di smarrimento. Secondo lei in che modo questo sentimento si esprime nella vita delle persone e delle comunità?

Lo smarrimento è uno degli elementi oscuri del nostro tempo. Se guardiamo a certi meccanismi che una volta in qualche modo distinguevano la Polonia e i Paesi del cosiddetto est europeo da quelli dell’ovest, oggi notiamo meno differenze. Dal ricorso alle droghe o all’alcol, all’abuso di psicofarmaci, le dipendenze sono un problema molto serio, come le tragedie esistenziali. In Polonia, come altrove, c’è una forte ricerca di senso della propria esistenza. Anche se l’economia polacca è forte e dinamica, come una specie di centrifuga crea emarginazione delle persone più deboli o di quelle che non stanno al passo. Di fronte a prospettive incerte di futuro, ci troviamo di fronte a conseguenze spirituali, mentali, vediamo che si affollano i centri di salute mentale, insomma giovani e giovanissimi vivono in una società a due velocità. Sarebbe bene rendersene conto.

Il video mette in scena corpi che si incontrano, si sostengono, si allontanano, cercano il proprio spazio. Che cosa possono fare le chiese e la società per tenere in equilibrio il senso di appartenenza collettiva e le singole individualità?

Precisiamo che la chiesa di maggioranza in Polonia è quella cattolica romana che, rispetto a 40 anni fa, è in fortissima crisi. Per molto tempo è stata un luogo di aggregazione, di dibattito, di dialogo. Tuttavia, nel tempo ha perso completamente quella dimensione, anche i gruppi giovanili si sono ridotti moltissimo, e c’è una diffidenza nei confronti della “grande istituzione” cattolico romana. Le chiese di minoranza, la maggiore delle quali è quella ortodossa, vive meglio. Lo stesso possiamo dire delle nostre relativamente piccole chiese protestanti, fra le quali spicca la Chiesa evangelica luterana – anche nota come Chiesa della Confessione di Augusta – dove il movimento giovanile vive una ripresa, una rinascita al punto da attirare anche persone che non sono formalmente appartenenti a questa chiesa. Parlo di una comunità visibile, che usa i linguaggi contemporanei della comunicazione. Inoltre, ci sono chiese pentecostali, spesso missioni finanziate da USA e Canada, in parte allineate ai recenti movimenti che vedono un forte condizionamento politico oltre Oceano, in parte invece più impegnate sui territori per il contrasto al disagio sociale, ad esempio con centri di recupero per tossicodipendenti o per persone con problemi psichiatrici.

Come in Italia e altrove, poi, c’è quella zona d’ombra rappresentata da frange di estrema destra che, nello smarrimento di una parte delle giovani generazioni polacche, attirano con risposte pronte, nette, emotive, su questioni esistenziali ma anche sociali ed economiche. In questa sorta di “trappola” possono cadere persone magari emarginate o travolte da crisi di vario tipo. Il rischio è quello di dover pagare un alto prezzo, per cui merita fare una riflessione. C’è da dire che un individualismo molto accentuato genera spesso una grande solitudine.

Maciejczak parlava già da adolescente della necessità di rispettare le persone al di là delle differenze, comprese quelle religiose. Che cosa può imparare una comunità cristiana dai linguaggi artistici delle nuove generazioni?

Le storie sono diverse, Marcin è figlio di genitori over 50, quelli che nella Polonia degli anni ‘80 hanno lottato per l’indipendenza e la libertà di opinione e di parola. Quel periodo ha creato una spiritualità laica, un afflato spirituale e sociale che non era legato a una confessione o a un’ideologia politica, fu un sentimento unificante che purtroppo è in parte scomparso negli anni ’90 e 2000, fra lotte politiche e frizioni confessionali, sul terreno di chi ha il “monopolio” del pensiero o della fede.

Un giovanissimo come Marcin potrebbe aver assorbito quella spiritualità laica, e me ne rallegro, è qualcosa di unificante e importante per tutte le generazioni, che arriva da parte di un artista compiuto che riporta alle luci della ribalta un messaggio fondamentale per la Polonia e anche altrove.


Marcin Maciejczak, “To nie koniec” – videoclip ufficiale. Direzione e coreografia: Alek Paliński.

Direzione creativa e produzione discografica: Kuba Parowicz. Assistente coreografa: Luiza Wasilewska. Ballerini e ballerine: Federica Fusu, Basia Ben Said, Kevin Alexander, Zuzanna Ciepielak, Maja Cybulska, Nell Czarnecka, Wiktoria Dabrowska, Alexander Dabrowski, Martyna Efir, Marta Galat, Jakub Grzybala, Gabriela Klarman, Kristina Kuryliak, Kasia Kwiatkowska, Marysia Ratajska, William Mongardi, Tymoteusz Sobczyk, Oliw Kaszczepaniak, Alicja Szymczak, Sara Zakrzewska, Magdalena Szelewska, Patrycja Trojan, Luiza Wasilewska, Marcel Zawadzki.


“To nie koniec” – traduzione italiana di Pawel Gajewski

[estratto]

Il domani mi insegue.

Qualcuno mi ricorda ciò che già so.

Quando inciampo in un altro giorno,

non smetto di pensare che…

Questa non è la fine del cammino.

Visto che non mi stai aspettando qui,

dimmi cosa devo fare,

per raggiungerti di nuovo.

[…]

Traduzione realizzata appositamente per NEV da Pawel Gajewski.

Il videoclip di “To nie koniec”

Un ragazzo entra in una sala prove vuota. Con l’avanzare della musica compaiono ballerini e ballerine che entrano nello spazio, scompaiono, ricompaiono, si moltiplicano. La coreografia intreccia sguardi e gesti: desiderio di libertà, gioco, seduzione, ma anche fragilità, dolore e consolazione. I corpi si avvicinano e si allontanano, si sostengono, si cercano. Un saluto, le mani sul cuore, un abbraccio, un gesto di fiducia: la danza alterna vicinanza e distanza, solitudine e compagnia, il dire sì e il dire no. Ne emerge una dimensione relazionale: stare con gli altri senza rinunciare alla propria individualità, ascoltare e prendere la parola, cercare il proprio spazio e riconoscere quello altrui. Nel finale la sala torna vuota. Maciejczak chiude e riapre gli occhi, poi esce. Restano il fruscio e i titoli di coda. La camera rimane accesa ancora per qualche istante; infine, luce spenta.