Giustizia di genere sul palco: che cosa può cambiare il teatro

Chiara Casarico. Foto per gentile concessione di Il NaufragarMèDolce

Chiara Casarico dirige da trent’anni la compagnia romana Il NaufragarMèDolce. Stereotipi di genere, umorismo, migrazioni femminili e il peso delle parole: “Se non ci fossero stereotipi non ci sarebbe violenza di genere”.

Roma (NEV), 17 agosto 2026 – Quattro uomini e quattro donne, un laboratorio di teatro amatoriale a Roma. L’esercizio è semplice: scambiarsi i ruoli, provare la fisicità dell’altro. Le donne ci riescono. Gli uomini meno. A metà del lavoro uno dei quattro trova un pretesto e se ne va.

Chiara Casarico racconta l’episodio senza enfasi. Attrice, regista e pedagoga teatrale, nel 1996 ha fondato a Roma Il NaufragarMèDolce, compagnia indipendente di teatro e musica, di cui è direttrice artistica. Ha portato in scena Rosa Balistreri con Rosadilicata, le rotte delle donne migranti con Sommerse e salvate, il Sessantotto con Ma che colpa abbiamo noi. Dirige il festival Agorà – Teatro e Musica alle Radici, sostenuto anche dall’Otto per Mille della Chiesa evangelica valdese. La compagnia è riconosciuta dal Ministero della Cultura nell’ambito del Teatro Urbano e Sociale. Con lei abbiamo parlato di che cosa può fare la cultura contro la violenza di genere. E di dove si ferma.

Che potenziale ha la cultura sulla giustizia di genere, e dove sono i limiti?

Il ruolo potrebbe essere grande. Ma senza una politica culturale restano interventi spot, senza continuità. Lasciano piccoli semi. Come il battito della farfalla: qualcosa si propaga, anche molto lontano. Non si è mai abbastanza incisivi.

Nessuno di noi ha la bacchetta magica. Uno spettacolo non basta, un laboratorio non basta. Però possono dare coscienza alle potenziali vittime e far riflettere i potenziali aggressori. Il teatro è la più grande forma di rispecchiamento che abbiamo: quando vedi una cosa rappresentata fuori di te diventa un fatto fortissimo, a volte più della realtà. Il cinema ha un principio di realtà altrettanto forte, ma lì ti anestetizzi. Il teatro lo supera, perché ha un potenziale utopistico. Servono però le risorse per costruire le utopie.

Come incide il teatro sulla realtà fuori dal palco?

Tutto si fonda sulle parole, e le menti si formattano con le parole che si usano. Il palco apre uno spazio di sperimentazione: sta un po’ fuori dalla realtà e insieme dentro. Chi guarda si rispecchia nell’attore o nell’attrice. Se vede qualcuno che varia gli stereotipi a cui siamo abituati, comincia a immaginare quello che prima sembrava impossibile. Poi dice: ah, questa è una possibilità.

Perché raccontare la violenza è diverso da mostrarla?

Mostrare uno stupro è diverso da raccontarlo. Puoi dire che è deprecabile: intanto mi sottoponi a una violenza visiva. È pornografia, quindi è violenza. Se te lo racconto, arriva forte, ma passa dalla tua immaginazione: lì decidi tu che cosa vedere e che cosa no.

Ci poniamo sempre un limite, perché non ci deve essere autocompiacimento. Se dico soltanto che Rosa Balistreri è stata violentata e massacrata, e non ti dico che si è sempre rialzata, ti ho raccontato metà della storia. Il canto le svuotava la testa, anche solo per un attimo, e quella perseveranza la porta via da Palermo fino a Firenze, dove diceva: qui eravamo tutti persone. Dalla violenza si può uscire, e si deve uscire. Quella di Rosa non è la storia di una cantante folk siciliana: è una storia universale di riscatto.

Che cosa dice “La bambola” di Patty Pravo sul Sessantotto?

È una canzone pazzesca. L’abbiamo sempre cantata pensando alla ragazza del Piper, e così si sminuisce un’artista colossale. Quel testo, letto nel 1968, è potentissimo: “tu mi fai girare come fossi una bambola”, “no, non mi metterai tra le dieci bambole che non ti piacciono più”. Non è solo canzonetta pop, ha cambiato la coscienza delle persone. Una donna che ascolta un’altra donna dire quelle parole ha la possibilità di cambiare la storia. Poi se alle stesse donne facciamo ascoltare Sal Da Vinci che canta “per sempre sì”, non cambia niente. Il palco può avere un potere. Oppure può essere banale.

La comicità può diventare uno strumento di emancipazione?

Foto Vincenzo Bucci

Senza umorismo siamo tutti potenziali carnefici: chi non sa ridere di sé è pericoloso. Noi non facciamo il clown col naso rosso: lavoriamo su una comicità che nasce dall’inadeguatezza umana. Il clown è perennemente in bilico, inadeguato a tutto, e per questo è profondamente umano. Quando lo guardi ridi di lui e insieme delle tue debolezze.

Sul genere conta molto. Se tutto arriva in forma seria, una donna può sentirsi angosciata e un uomo accusato. Puntare il dito serve solo a farlo chiudere: io devo arrivare, e l’umorismo permette di cambiare prospettiva. Anche se lo dico sempre: quando affronto la violenza di genere, non riesco a ridere.

Perché usare l’estraniamento per raccontare le migrazioni femminili?

Foto per gentile concessione di Il NaufragarMèDolce

Sommerse e salvate non è uno spettacolo divertente, ma ha un tono ironico. Trasformiamo l’Ave Maria e il Salve Regina in un canto delle donne migranti. Si parla molto di migranti e quasi mai di migrazione al femminile. Abbiamo letto documenti, testimonianze, trascrizioni di interviste: donne reali, di carne e ossa. Storie impressionanti, che non potevamo raccontare così.

Allora abbiamo usato l’estraniamento. In una scena ci sono i burattini e il viaggio diventa il gioco dell’oca. Brecht diceva che con lo straniamento non consegni la verità. E poi, con Pirandello: qual è la verità? Se ti do la realtà in maniera straniata, cioè anche comica, arriva più forte. Tu ridi, e un attimo dopo ti accorgi che stai ridendo di gente che potrebbe affogare in mezzo al mare. Ed è terribile che tu abbia riso.

Che ruolo giocano gli stereotipi di genere nella pratica teatrale?

Sono l’humus della violenza: se non ci fossero stereotipi, non ci sarebbe violenza di genere. Un allievo ha raccontato che da bambino gli dicevano: non puoi piangere, che fai, la femminuccia? Ingiunzioni pesanti. Diceva: ho imparato a indurirmi. Poi abbiamo scambiato i ruoli. Alcune donne entravano bene in una fisicità maschile, gli uomini che erano con noi no: la loro rigidità non lo permetteva. Uno se n’è andato con un pretesto, evidentemente la cosa lo metteva troppo in discussione.

Gli stereotipi ti incasellano in una forma che non ti appartiene. Serve interrogarsi su quelle caratteristiche invece di darle per scontate. Se diamo per scontato ciò che ci ha imposto un sistema patriarcale, diventa difficile capire che le differenze non vanno annullate. Uomini e donne sono diversi, ma su molte cose profondamente uguali, perché siamo esseri umani. L’individuo sicuro non è un maschio. È un individuo, punto.


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