Roma (NEV), 9 settembre 2026 – “Lavorando nella scuola elementare ho iniziato a riscontrare sempre più spesso tra bambine e bambini la mancanza della capacità di guardare negli occhi gli adulti, una sempre maggiore impulsività, un’attenzione frammentata, la diffusione dell’iperattività e di impacci motori”. Sono le parole di Simone Lanza, autore del libro “Un attimo e arrivo! Gestire gli schermi per crescere una generazione attenta”, edito da Sonda. Lanza, maestro elementare, ha iniziato a studiare questi temi diversi anni fa, con i gruppi tecno-critici a Parigi dal 2014 e, successivamente, anche tramite un blog e il programma radiofonico 400 colpi.
L’idea è quella di “lasciarci alle spalle una retorica che ci ha tenuti prigionieri” per anni: quella dei «nativi digitali» e della tecnologia come «scienza neutra» o “persino del tecno-ottimismo a ogni costo”.

Gestire gli schermi per crescere una generazione attenta”
Il volume è accompagnato da una serie di domande guida per diventare più consapevoli, capitolo per capitolo, con indicazioni e consigli su “i passi da fare insieme”. Dai fattori di rischio nell’area dello sviluppo fisiologico, dello sviluppo cognitivo e del linguaggio, dello sviluppo socio-psicologico fino alla consapevolezza genitoriale, gli elementi sono tanti e urgenti. Occorre dare il buon esempio e informarsi, sostiene Lanza, che in uno dei capitoli parla di “peso dello schermo” – mettendo in guardia sul forte legame con l’obesità infantile -, ma anche degli effetti sulla vista e sull’interferenza con la capacità di leggere e di comprendere, dei disturbi del sonno e dell’attenzione, soffermandosi ad esempio sulla domanda: gli schermi insegnano a parlare? No. Anzi, gli schermi (comprese le app “educative”) sono un ostacolo allo sviluppo linguistico, come dimostrato da diversi studi.
“Il senso profondo di questa guida risiede in un gesto tanto antico quanto rivoluzionario: guardarsi negli occhi.
Quando nasciamo gli occhi di nostra madre sono la prima cosa che mettiamo a fuoco e lo sguardo reciproco resterà il fondamento della comunicazione umana. Gli occhi permettono infatti uno scambio non verbale di intenzioni e non solo di informazioni, alla base del legame vitale che unisce le persone durante l’intero arco dell’esistenza. L’amore che ci unisce come esseri umani si esprime negli sguardi e nei gesti. Psicologi dell’età evolutiva e biologi insegnano che lo sguardo reciproco è alla base dello sviluppo. Proprio rimettere al centro della vita famigliare il guardarsi reciprocamente è decisivo nella gestione del tempo che i nostri figli (e spesso anche noi) trascorriamo inchiodati davanti allo schermo di uno smartphone, di un tablet o di un videogioco” scrive Simone Lanza. L’intento è dichiarato anche dall’editore, che subito dopo la copertina ha stampato queste parole: “Guardiamoci negli occhi! È quello che devono fare genitori e figli, insegnanti e allievi, nonni e nipoti”, guardarsi negli occhi come “vera alternativa al tempo passato davanti agli schermi”.
Il tempo passato sugli schermi, infatti, “incide concretamente sul corpo, sulla mente e sulle relazioni”.
Il concetto ampliato da Lanza è proprio quello del “tempo schermo”, un concetto “strategicamente importante perché ci obbliga a confrontarlo con altri modi di utilizzare il tempo che sono essenziali per l’apprendimento infantile, come quello del sonno, della lettura e del gioco libero all’aria aperta”.
Nel testo vengono quindi snocciolate, e spiegate, una serie di criticità che sono sempre più evidenti a scuola e non solo. La sedentarietà: “davanti a un qualsiasi schermo, il corpo sta il più delle volte fermo, inchiodato su una sedia, un divano, un letto: chi guarda è come un cane alla catena, la sua postura è vincolata”. La deprivazione sensoriale “a scapito di altri sensi”, quando invece bambini e bambine hanno bisogno di “toccare, annusare, muoversi, sporcarsi, cadere e rialzarsi” per il loro sviluppo cognitivo e sociale, che si basa sull’apprendimento multisensoriale. E ancora: isolamento e solitudine. Convergenza digitale, cioè la “fusione di vari strumenti (macchina fotografica, telefono, telegrafo, macchina da scrivere, televisione) in un unico apparecchio”. La sensazione di illimitatezza del tempo schermo. La “cronofagia”, cioè la perdita della percezione del passare del tempo, quindi della capacità di organizzare una “giornata con le giuste priorità. Per i nostri figli è come se dentro allo schermo ci fosse il mostro Cronofago, che divora il tempo”.
Quanto ai videogiochi, con i loro meccanismi che precocizzano lo shopping, la dipendenza, la monetizzazione, l’autore ricorda che “I videogiochi si basano sugli stessi meccanismi delle slot machine.
Sfruttano principi neuroscientifici, in particolare quello della gratificazione differita e il circuito dopaminergico allo scopo di mantenere l’interesse. Questo modello di marketing mette a profitto il desiderio di gioco creando abitudini compulsive tramite ricompense variabili attraverso un flusso emotivo che genera un relativo flusso di cassa”. Per non parlare della capacità dei videogiochi di desensibilizzare rispetto alla violenza e al dolore proprio e altrui, per cui sorge la domanda: è veramente un gioco? Se parliamo di gioco sensomotorio e gioco simbolico, sostiene Lanza, “Il videogioco opera al contrario: il virtuale distrugge in primo luogo l’immaginario e poi anche il reale” facendo perdere anche gli aspetti regolativi, collaborativi, della socialità e della cultura umana.
Il libro prosegue con un’analisi sui social, sui rischi delle challenge, sull’isolamento, sul cyber bullismo e le derive che vanno dalle molestie ai discorsi d’odio, per arrivare ai rischi di abuso, pornografia e sessualizzazione precoce, fino alle nuove frontiere dell’intelligenza artificiale, con i diversi scenari di rischio riguardo ai limiti, alla sicurezza, alla distinzione fra vero e falso, alla conoscenza e all’apprendimento.
Di fronte a “una generazione isolata e oppressa”, la proposta pedagogica e operativa è quella del coraggio di guardare in faccia la mappa della pandemia silenziosa, in quello che Lanza definisce “arcipelago della dipendenza”.
Qui: il sito di uno dei primi centri italiani di ricerca, prevenzione, diagnosi e cura per i disturbi da Internet: www.escteam.net
L’ultimo capitolo si intitola “Gli strumenti, le buone pratiche e una bussola in 12 punti” dove si parla di norme e di buon senso, ma anche di consigli pratici, come ad esempio quello di stipulare un “patto”, una sorta di contratto genitori-figli (vedi www.custodidigitali.it) “con la consapevolezza che gli errori capiteranno, ma che i genitori saranno lì per parlare, aiutare e ricominciare”. Insomma, per concludere, occorre coinvolgere e coinvolgersi in chiave intergenerazionale: scuola, famiglie, pediatri… Con in mano una “bussola” che possa alimentare il circolo virtuoso della consapevolezza individuale, familiare e collettiva per arrivare a condurre abitudini migliori per un futuro migliore. Il libro è corredato da un’ampia bibliografia per chi volesse ulteriormente approfondire la necessaria riflessione su un tema che coinvolge le nuove generazioni e, in generale, tutta la società.
Simone Lanza
Maestro elementare, ricercatore e formatore, si occupa di innovazione pedagogica con una riflessione critica sull’impatto delle tecnologie digitali nella società e nell’infanzia in particolare. Ha perfezionato i suoi studi in filosofia e scienze della formazione in Italia e all’estero, maturando una solida esperienza nel terzo settore, attivo nel Movimento di Cooperazione Educativa (MCE) e socio fondatore della Fondazione dei Patti Digitali di Comunità. Attualmente collabora con il Centro di Ricerca Benessere Digitale dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Fra le sue numerose esperienze nel terzo settore, è stato vicedirettore del Centro Ecumenico internazionale di Agape (Prali-Torino), nelle valli valdesi.
Sul tema scuola, leggi anche:
Attività per le scuole – giovani e territorio diaconia valdese





























