La difesa della patria passa anche da disarmo e nonviolenza

Foto tratta da https://www.difesacivilenonviolenta.org/

Roma (NEV), 30 settembre 2026 – Una nuova puntata della rubrica “Pace, tra globalizzazione e ambiente”, per sensibilizzare sui problemi che l’ingiustizia economica e la distruzione della Terra pongono ai credenti di fede cristiana e al mondo intero. Il contributo di oggi è curato da Maria Elena Lacquaniti, coordinatrice della Commissione globalizzazione e ambiente (GLAM) della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI).


Lo scorso 25 settembre una delegazione rappresentante le reti promotrici di “Un’altra difesa è possibile” ha consegnato al Senato della Repubblica le 57.136 firme raccolte per l’istituzione di un Dipartimento di difesa civile non armata e nonviolenta.

57.136 è il numero da citare fino all’ultima cifra per rispetto di coloro che in questa estate rovente si sono impegnati per il successo della campagna, senza l’aiuto di gran parte dei media, della politica e di molte fedi.

Il 25 settembre non ha segnato solo l’inizio della fase due, che aprirà ora la discussione in Parlamento, ma anche l’imporsi di un concetto diverso di “servizio di difesa della nazione”.

La proposta di legge muove da un presupposto costituzionale, l’art. 52, che richiama al dovere di difesa della patria, dovere che la sentenza 164 del 1985 riconosce adempiuto anche per mezzo di strumenti civili. Detta sentenza fa perno su due art. costituzionali, il 2 e l’11, che rispettivamente citano:

– articolo 2: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”

– articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

I due articoli definiscono un concetto di sicurezza fondato sulla protezione delle persone, delle comunità e delle istituzioni democratiche, che non deve essere esclusivamente esercitato con l’uso della forza militare.

La solidarietà politica, economica e sociale rende tutti i cittadini parte attiva nel garantire i diritti inviolabili dell’uomo e la parola ‘ripudia’ ricorda che i costituenti l’hanno scelta anche per sottolineare la vergogna morale nei confronti delle guerre come strumento di risoluzione delle controversie.

Se finora la difesa della patria è stata esclusivamente intesa come impegno militare armato, oggi un altro profilo delinea gli uomini e le donne chiamati a difendere la nazione. Non passa dalle armi ma dal dialogo, dalla conoscenza, dall’incontro, dalla pratica della nonviolenza, che non è l’abito da indossare nelle manifestazioni per la pace, ma è una cultura che chiede di trasformare i conflitti senza uccidere le persone e l’ambiente.

A una violenza normalizzata che risponde armandosi per la difesa dei confini della patria e dell’identità nazionale, si risponde rigettando la narrazione che alimenta una paura generalizzata: l’invasore alle porte. Le armi non impongono la deterrenza e quanto sta accadendo intorno a noi ne è dimostrazione; al contrario, attraverso le armi si lancia un’idea di sicurezza pericolosa, che può indurre ad attaccare anticipatamente, come l’America e Israele contro l’Iran. Le armi istigano ad un rapporto con l’altro sempre sull’orlo dello scontro, sottomettendo alla forza muscolare armata altri percorsi; e tra questi possiamo ritrovare le parole di Gesù, porgere l’altra guancia, come alternativa diversa dalla violenza.

Non è stato facile raggiungere e superare l’obiettivo della raccolta firme, perché una grande fascia della società, oltre ad essere impaurita, ha perso quello spessore culturale che le permette di comprendere gli argomenti oltre la superficie. Così si è dovuto spiegare che questa proposta, qualora si trasformi in legge, non abolisce la difesa armata militare e civile che è contemplata dalla Costituzione; che le ondate migratorie non si amplificano se il Paese sceglie anche la difesa con mezzi civili; che la leva militare è soltanto sospesa e che nulla vieta di ripristinarla in caso di necessità, senza neanche dover passare l’iter parlamentare.

I paesi europei si armano e cresce la chiamata alla leva, vedi Germania e Danimarca, ma oggi abbiamo la possibilità di rispondere con altro a quei giovani che rigettano la guerra e i suoi preparativi, che nelle parole di Aldo Capitini è: “opposizione a partecipare alla preparazione e all’esecuzione della guerra, rifiutando ogni aspetto che ad essa sia direttamente o indirettamente riconducibile”.

Questa è un’opportunità che possiamo dare a chi verrà dopo di noi, a quei giovani che ci ricordano nelle piazza che non esiste un pianeta B e a quelli che si riconoscono nelle parole di Virginia Libero, segretaria dei Giovani Dem, di non voler essere carne da cannone. Rispondere a questa bella gioventù con il sostegno ad “Un’altra difesa è possibile” non è paternalismo ma ascolto.